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Il fissaggio, procedimento e formule.

6 Novembre 2004

Premessa

Una pellicola che esce dalla fotocamera non presenta alcuna traccia evidente d’esposizione (ammesso che qualcuno voglia verificare la cosa), mentre un negativo che esce dal bagno di sviluppo presenta i neri perfettamente strutturati, ma non ha trasparenze (e volendo questo può essere verificato senza rovinare inesorabilmente le nostre immagini, alla debolissima luce verde di sicurezza tanto in voga nei laboratori di sviluppo e stampa b/n fino agli anni 70*).
Sulla pellicola si potrebbero vedere dunque l’immagine fornita dagli alogenuri ridotti (lo sviluppo si è per converso ossidato) ed un fondo lattescente costituito dalla massa in gelatina di quei sali non colpiti dalla luce, ma ancora sensibili.
Occorre rimuovere completamente dalla pellicola quegli alogenuri che potrebbero ancora annerirsi riportandola alla luce, seppellendo l’immagine in un tappeto nero; quest’operazione viene eseguita dal sodio iposolfito (elemento fondamentale di qualunque bagno di fissaggio) che li rende solubili detti sali e dal successivo lavaggio che li allontana definitivamente dalla gelatina.
Una prima notazione dunque, ancor prima di parlare di formule, è quella di dare il giusto peso al lavaggio del negativo (o della carta per la quale valgono le stesse notazioni), tanto che si suol dire: “Un cattivo lavaggio è nefasto ai fini della stabilità dell’immagine quanto un cattivo fissaggio”; consideriamo dunque l’intera operazione come costituita da due momenti:

  • il bagno di fissaggio vero e proprio ed
  • un accurato lavaggio.

Il vecchio iposolfito

Le caratteristiche fotografiche di questo sale furono individuate da sir Hershell a metà dell’ottocento, anzi pare che fu proprio lui a consigliarlo a Talbot (che usava l’ammoniaca), per migliorare la stabilità delle carte salate.
Il sodio iposolfito (o tiosolfato di sodio) ha formula :
Na2S2O3 . 5 H2O (pentaidrato)
ma è reperibile anche nella forma anidra, cioè senza le 5 molecole di acqua

iposolfito in grani
.
Iposolfito in grani

157 gr. di pentaidrato corrispondono a 100 della forma anidra. Per i nostri usi è preferibile il pentaidrato perché più facile da conservare.
Il sale si scioglie facilmente in acqua provocando un abbassamento della temperatura.
La quantità ottimale di sale in un litro d’acqua si aggira, per le pellicole, sui 200 gr. mentre per le carte né basta la metà; quantità superiori possono accelerare i tempi di trattamento ma con dosi eccessive, oltre i 300-400 gr. si corre il rischio di intaccare i dettagli più fini dell’immagine.
Il solo iposolfito da luogo ad un bagno di per se efficiente, con ph attorno a 7-8, ma è opportuno prevedere altre sostanze, intanto perché abitualmente fra lo sviluppo ed il fissaggio si usa un bagno di arresto a base di acido acetico, il cui arrivo nel bagno di fissaggio potrebbe decomporre il nostro sale facendo precipitare lo zolfo, e nel caso in cui non venisse usato l’arresto, arriverebbero nel fissaggio (anche con il solo lavaggio in acqua semplice) sostanze alcaline (pressoché tutti gli agenti rivelatori “lavorano” in ambiente basico) che potrebbero determinare velo dicroico e/o macchie.


Il fissaggio acido

La maggior parte dei fissaggi commerciali reperibili sul mercato sono fissaggi acidi e induritori: essi contengono in genere iposolfito di ammonio, (NH4)2S2O3, molto più potente dell’iposolfito di sodio, ed un agente induritore (ad esempio l’allume di potassio) per proteggere la gelatina da graffi o abrasioni. A fronte di una grande facilità d’uso, stabilità della soluzione e sicurezza anche utilizzando il bagno di arresto, le pellicole così trattate necessitano di lavaggi accurati e prolungati per una rimozione certa di tutti i residui di iposolfito e sottoprodotti vari dalla gelatina; è decisamente consigliato anche l’uso di un bagno ipo-eliminatore (che consente un cospicuo risparmio di tempo e di acqua).


Bagni di fissaggio acidi non induritori

sodio iposolfito (pentaidrato)gr. 250
potassio metabisolfitogr. 25
acqua per farecc. 1.000


sodio iposolfito (pentaidrato)gr. 250
sodio bisolfitogr. 40
acqua per farecc. 1.000


sodio iposolfito (pentaidrato)
gr. 250
sodio solfito anidrogr. 15
acqua per farecc. 800


a questo punto si diluiscono cc. 25 di acido acetico glaciale in acqua fino a 200 cc che si aggiungono lentamente alla soluzione precedente.
Quest’ultima formula è preferibile quando si utilizza il bagno d’arresto. Il Ghedina suggerisce di raddoppiare il sodio solfito se si prevedono temperature di esercizio superiori ai 21°.
L’eliminazione dell’iposolfito della gelatina è tanto più difficoltosa quanto maggiore è l’acidità del bagno ed ancor più nel caso di fissaggi induritori come s’è detto sopra, infatti una gelatina indurita intuitivamente ostacola il ricambio di liquidi dal suo interno.



Il fissaggio basico

Esiste per contro la possibilità di condurre il fissaggio con iposolfito solo (ciò si rende necessario per alcune tecniche antiche di stampa vista la delicatezza dello strato di argento) o in ambiente basico tamponato, in particolare per quei negativi sviluppati con agenti rivelatori tannanti come pirogallolo e pirocatechina laddove si desideri mantenere la specifica colorazione che va a addizionarsi alle densità prodotte dall’argento ridotto.
Il vantaggio di un fissaggio basico sta nella sua maggior velocità a parità di concentrazione di sale ma soprattutto nella velocità del successivo lavaggio che nel caso di negativi può essere ridotta a pochi minuti senza bisogno di utilizzare la soluzione di ipo-eliminatore.
Per le carte il lavaggio deve essere in ogni caso prolungato fino ai trenta minuti, ma questo per allontanare il sale dalle fibre della carta.
Va ricordato che il bagno piano o in ambiente alcalino non possono essere utilizzati ove sia previsto l’arresto e che nel caso di solo iposolfito la soluzione si conserva per una giornata.
Il bagno alcalino non è molto diffuso in commercio e nel caso si volesse prepararlo in casa il TF2 è una formula abbastanza semplice e valida:

sodio iposolfito (pentaidrato)
gr. 250
sodio solfito anidro gr. 15
sodio metaborato gr. 10
acqua demineralizzata per fare cc. 1000


Consigli e procedure

Tutte le formule riportate consentono di trattare con un litro di soluzione circa 10-12 pellicole 135/36 pose o 120 o superfici equivalenti; per quanto riguarda i tempi di trattamento una buona regola è la seguente:

alla temperatura di lavoro, si immerge in luce ambiente un pezzetto di pellicola bagnato e non sviluppato nel bagno appena fatto, ad esempio la coda di un 35 mm. e si annota il tempo di schiarimento. Tale tempo, moltiplicato per due garantisce il fissaggio completo di quella pellicol

effetto del fissaggio


Il Ghedina riporta che durante il tempo di schiarimento viene solubilizzato il 95% del bromuro d’argento e che il rimanente 5% viene solubilizzato al 95% nel successivo prolungamento del tempo. Rimarrebbe in teoria uno 0,25% non rilevante, eliminato probabilmente durante il lavaggio.
Ovviamente con il ripetersi delle operazioni il bagno perde di efficacia, vuoi per un normale processo di esaurimento, vuoi per l’accumularsi di sali composti d’argento, vuoi per l’arrivo in soluzione di sostanze provenienti dal bagno precedente. Quando il tempo di schiarimento iniziale tende a raddoppiare, il bagno va scartato.
In passato, nei laboratori di sviluppo e stampa b/n, la vita del fissaggio veniva prolungata ad oltranza poiché ditte specializzate riuscivano a recuperare l’argento dal bagno; oggi credo (spero) che tale procedura non sia più utilizzata, anche perché con l’aumentare dei rulli fissati, si accumulano nella soluzione i sali d’argento cui accennavo sopra, sali fortemente insolubili in acqua, che si attaccano alla gelatina e che non vengono più eliminati.
L’unico modo per allontanarli è quello di immergere la pellicola in fissaggio fresco e questo è il motivo per cui il procedimento fine art consigliato dallo stesso A. Adams prevede il doppio bagno di fissaggio a cascata.
In pratica si utilizzano due litri di fissaggio stoccati in due bottiglie differenti: chiamiamoli Primo fix e Secondo fix. Il trattamento viene condotto per metà tempo con la soluzione proveniente dal Primo, viene recuperato e si fissa l’altra metà del tempo nella soluzione proveniente dal Secondo. Quando si sono raggiunti i 10 rulli trattati, il liquido del Primo viene scartato, quello della seconda bottiglia passa nella prima e viene preparata una soluzione fresca nella seconda bottiglia. Questa procedura fa si che la pellicola trattata esca sempre da fissaggio fresco e consente il massimo della sicurezza in termini di stabilità dell’immagine poiché i sali insolubili che si accumulano nel Primo vengono resi solubili dal Secondo quindi allontanati durante il lavaggio.
Un aspetto importante nella procedura è l’agitazione, non così critico come nella fase di sviluppo dove determina immagini più o meno contrastate, ma ugualmente importante.
L’agitazione consente di rinnovare la soluzione a contatto con la gelatina quindi di evitare macchie dovute ad un’azione parziale ed incrementa la velocità di trattamento.
E’ buona norma agitare ogni 30 secondi.
La velocità del trattamento è ovviamente influenzata anche dalla temperatura del bagno che dovrebbe essere tenuta costante ed uguale a quelle di prelavaggio, sviluppo, arresto e successivo lavaggio; questo per evitare reticolature sulla superficie del materiale sensibile.
In linea di massima le emulsioni a grana grossa si fissano più lentamente di quelle a grana fine ed intuitivamente si fissano prima quelle con emulsione più sottile.
In termine di composizione dello strato sensibile le pellicole più lente a fissarsi sono quelle contenenti molto ioduro d’argento.

damiano bianca
06.11.2004

*personalmente ho verificato un aumento del velo di base nei rulli visionati alla luce verde scuro, pertanto l’ispezione è consigliabile solo ad esperti nel caso in cui vi siano forti dubbi sul trattamento e solo dopo i 3/4 del tempo di sviluppo previsto.

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