| Talbot...Talbot, chi era costui? |
L'irruzione del digitale nel mondo della fotografia
ha creato non pochi cambiamenti e forse a qualcuno ha
rovinato anche il sonno; intendo dire che, anche in una
professione (o mestiere se si preferisce), esistono procedimenti
e modi di fare consolidati, eufemismo necessario a mascherare
la pericolosa "routine"; ebbene quando si producono cambiamenti
notevoli (tecnici e non solo) cognizioni, mezzi, abitudini
e certezze devono essere riconsiderate, e nel nostro caso
anche aspetti della propria professionalità che fino a
quel momento erani stati trascurati. Stracciarsi le vesti
non serve.
Ho sentito affermare che pellicole, bacinelle, sviluppi
e tutti i segreti di un "mestiere" che ha profondamente
segnato il XX secolo spariranno. Molto probabilmente accadrà
quanto è già accaduto in passato: la sociologia dei mezzi
di informazione insegna che il progresso modifica la destinazione
d'uso di un mezzo, ma non lo sostituisce, così come la
comparsa della televisione ha modificato l'uso della radio
e la stessa rete sta modificando l'uso della televisione.
Allo stesso modo credo che i procedimenti fotografici
analogici non spariranno, semplicemente diverranno sempre
più raffinati accentuando i loro valori specifici; forse
una stampa in bn avrà senso solo se fine-art, e francamente
la cosa non mi turba.
L'immagine digitale-virtuale è caratterizzata dall'assenza
di fisicità, nel bene e nel male; immagini bellissime
a monitor, una volta stampate risultano deludenti.
Quante volte l'occhio si entusiasma guardando nel mirino
della fotocamera? Non si tratta anche qui di immagine
virtuale? Ed anche in questo caso succede di storcere
la bocca quando si passa in laboratorio a ritirare le
stampe.
Ebbene l'essenza dell'invenzione fu proprio in questo:
la scrittura dell'immagine che si formava nella camera
obscura o che la camera lucida proiettava sulla carta
del viaggiatore a Lecco ("...che bello sarebbe riuscire
a far in modo che queste immagini si stampassero da se',
e durevolmente restassero fissate su carta...").
Un computer non può fare "foto-grafia", ma gestisce immagini
in modo stupendo, una fotocamera digitale acquisisce files,
non fa "foto-grafia" pur essendo una camera in tutto e
per tutto: registra un'immagine lasciandola virtuale,
non la scrive. Non possiamo paragonare l'immagine latente
al file stockato in un hard-disk o in un CD, così come
non possiamo sostenere che aprire quello stesso file con
un qualsiasi programma corrisponde al processo fisico-chimico
dello sviluppo. Infine, anche se una stampante di ultima
generazione può produrre positivi che rivaleggiano con
le stampe di laboratorio, in entrambi i casi non si viene
assaliti da un'innegabile sensazione di freddezza e serialità?
Il problema dunque ancor oggi è nella stampa e il digitale
non ha generato nessun nuovo problema, semmai esiste quello
antico di come viene usato il progresso. Cerco allora
una soluzione all'apparente rivoluzione utilizzando il
prodotto digitale quale matrice per accedere al procedimento
analogico, alla foto-grafia.
Non so se sia formalmente corretto, ma i primi risultati
sono confortanti.
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