----Gli obiettivi aventi
una lunghezza focale simile alle dimensioni del fotogramma
sono tradizionalmente definiti "normali". Il
termine di normale, dato a questi obiettivi, trova giustificazione
nel fatto che essi sono gli unici che forniscono immagini
uguali a quelle che riesce a vedere l'occhio nell'osservazione
naturale. Per questo, e per altri motivi, fin dai primordi
della fotografia, gli obiettivi normali, sono stati quelli
più studiati e perfezionati, e, cosa non trascurabile,
i più semplici a cui conferire una buona luminosità.
L'obiettivo normale, per molti anni venduto insieme all'apparecchio,
è stato la prima ottica con cui generazioni di
fotografi hanno iniziato a lavorare ed hanno scoperto
il fascino della fotografia. Ai teleobiettivi e ai grandangolari,
sempre di focale fissa, essendo gli zoom costosi e non
del tutto affidabili, si pensava in un secondo momento
e venivano acquistati solo per soddisfare specifiche esigenze
di ripresa.
----Per la sua adattabilità
alla maggioranza delle situazioni, l'obiettivo normale
era però quello più apprezzato e restava
l'ottica utilizzata di più o, addirittura, l'unica
ottica disponibile, con la quale, e insieme a vari aggiuntivi,
si cercava di fare un pò di tutto. Quello a cui
si dava maggiore importanza, e che costituiva motivo di
orgoglio per il fotoamatore, era che il proprio obiettivo
"normale" avesse una buona qualità e
luminosità, requisito che un tempo era considerato
essenziale. I principali costruttori, consapevoli di tale
situazione, realizzavano un gran numero di schemi ottici
di focale normale e ne correggevano con cura le principali
aberrazioni.Tutto ciò è facilmente verificabile
consultando i vecchi cataloghi di obiettivi, che accanto
a molte ottiche di focale normale di vario tipo e prezzo,
comprendevano un numero relativamente modesto di teleobiettivi
e di grandangolari.
----Oggi la situazione è
cambiata. L'evoluzione tecnologica, la facilità
di progettazione, la grande varietà di vetri ottici
disponibili, l'automazione nella molatura e lucidatura
delle superfici di vetro, nonché la possibilità
di utilizzare materiali polimerici in sostituzione del
vetro, hanno reso possibile realizzare a prezzi accessibili
obiettivi zoom, la cui qualità si può considerare
accettabile per la maggioranza delle applicazioni. Si
tratta di obiettivi che consentono ampie escursioni focali
e all'interno di tali escursioni, generalmente al centro,
hanno collocata la focale normale. Tali zoom, permettendo
di modificare l'angolo di campo mentre si osserva l'immagine
nel mirino, offrono il vantaggio della comodità
e della rapidità ed hanno quindi incontrato un
grande successo. Tanto è vero che il primo obiettivo
dei giovani fotografi è proprio uno di questi zoom,
che può essere scelto tra i numerosi tipi di cui
sono pieni gli attuali cataloghi e che a volte hanno prezzi
sorprendentemente diversi.
----In questa rubrica parleremo
dell'obiettivo normale e dei vantaggi che offre dal punto
di vista del campo abbracciato, della resa prospettica
e della fedeltà di riproduzione. Cercheremo di
dimostrare che l'obiettivo normale è tutt'altro
che superato, ma anzi che nella maggioranza delle situazioni
rappresenta ancora quanto di meglio esiste per realizzare
una bella immagine. Faremo riferimento ad un obiettivo
normale di alta qualità che, in considerazione
della sua focale fissa, può essere oggi realizzato
con una correzione spinta delle aberrazioni.
Campo abbracciato
----La funzione principale
di un obiettivo fotografico è di creare immagini
simili a quelle dell'osservazione naturale. Deve quindi,
prima di ogni altra considerazione sulla nitidezza e sul
microcontrasto, riprodurre le dimensioni reciproche tra
i soggetti in modo analogo a come le vede l'occhio. E'
accertato che un osservatore medio, senza muovere la testa,
riesce a distinguere gli oggetti compresi entro un angolo
di circa 53°. Per avere un immagine che comprenda
lo stesso angolo di campo, occorre usare un obiettivo
la cui focale sia uguale alle dimensioni del fotogramma
e come dimensione si considera tradizionalmente la diagonale
del fotogramma stesso. Questa proprietà si può
dimostrare con semplici calcoli, ma può anche essere
rappresentata graficamente, immaginando di porre l'occhio
nella stessa posizione in cui l'obiettivo vede la scena
da riprendere.
 |
Considerando
di porre l'occhio nel punto nodale anteriore N1,
esso viene a trovarsi nelle stesse condizione dell'obiettivo.
L'immagine che l'occhio vede, all'interno di una
cornice simmetrica al piano focale, è identica
a quella dell'osservazione naturale, solo se la
cornice si trova ad una distanza pari alla diagonale
del formato. |
----Tutti gli obiettivi
hanno un punto nodale anteriore N1, che è
il punto da cui essi vedono la scena e un punto nodale
posteriore N2, che è il punto da cui partono
i raggi di luce diretti verso il piano focale. Per la
proprietà principale dei punti nodali, i raggi
di luce entranti nel punto nodale anteriore fuoriescono
dal punto nodale posteriore mentenendo la stessa inclinazione.
Consideriamo ora di porre di fronte all'obiettivo una
cornice immaginaria simmetrica al piano focale, sia come
dimensioni che come distanza. Se poniamo l'occhio nel
punto nodale anteriore N1, l'occhio viene a trovarsi nelle
stesse condizioni dell'obiettivo e riesce a vedere, all'interno
della cornice, un'immagine del tutto identica a quella
che colpisce il piano focale, anche se quest'ultima in
realtà è rovesciata. Questo esperimento
si può fare ovviamente con qualsiasi obiettivo
ed è sempre valido. Tuttavia per avere un'immagine
identica a quella dell'osservazione naturale, vale a dire
con un'angolo di campo di 53°, è necessario
che la cornice si trovi ad una distanza pari alla diagonale
del formato.
 |
L'ampiezza
del soggetto (S) che può essere riprodotto
da un'obiettivo(L) è determinata dall'angolo
di campo (W). Questo a sua volta dipende dalla diagonale
del formato e dalla distanza tra obiettivo e piano
focale. In un obiettivo normale, l'angolo di campo
corrispondente all'osservazione naturale si ottiene
focheggiando soggetti all'infinito. |
----Per il formato 24 x 36
mm, questa situazione si verifica quando l'obiettivo ha
una focale pari a circa 43 mm, mentre per il formato 6
x 6 cm quando l'obiettivo ha una focale pari a circa 85
mm. In realtà per le fotocamere reflex di formato
24 x 36 mm l'obiettivo considerato tradizionalmente come
normale ha una focale di 50 mm, cioè un pò
più lunga del necessario, e questo comporta ovviemente
una variazione in termini di angolo di campo. Infatti
in base alla formula che fornisce l'angolo di campo "a"
e assumendo come dimensione del formato la sua diagonale
"d", si può scrivere:
| a
= 2 x arcotag d / (2 x f) |
e si ricava che per il formato 24x36 mm, avente diagonale
43,27 mm, un obiettivo di focale di 50 mm ha un angolo
di campo di 47°.
----La variazione di angolo
è di circa il 10% in meno rispetto all'osservazione
naturale. Facciamo notare in proposito che per queste
fotocamere la scelta di adottare come normale una focale
di 50mm, anzichè 43 mm è tutt'altro che
casuale, ma serve per allontanare la lente posteriore
dal piano pellicola utilizzando schemi ottici relativamente
semplici. Restringere il campo di 5° si dimostra inoltre
molto utile, come vedremo più avanti, ai fini della
correzione delle aberrazioni. A prescindere da questo
la differenza tra 47° e 53°, ai fini pratici,
è abbastanza modesta da non modificare sostanzialmente
le cose e, volendo, può essere compensata con piccole
modifiche dell'ingrandimento.
----Ricordiamo che gli angoli
di campo ricavati con la formula si riferiscono alle riprese
di oggetti all'infinito o comunque abbastanza lontani
da formare un'immagine nitida ad una distanza obiettivo-piano
di messa a fuoco pari alla focale. Nel caso delle riprese
di oggetti vicini, la distanza dall'obiettivo al piano
di messa a fuoco aumenta e di conseguenza l'angolo di
campo diventa più piccolo. Per calcolarlo si può
usare una formula simile a quella vista sopra con la sola
differenza che la distanza focale "f" va sostituita
con la coniugata immagine "v", vale a dire:
| a
= 2 x arcotag d / (2 x v) |
Consideriamo, ad esempio, un obiettivo di focale 50
mm, che per il formato 24 x 36 mm ha, per oggetti distanti,
un angolo di campo di 47°. Usando tale obiettivo per
riprendere un oggetto vicino con rapporto di ingrandimento
M=1, la distanza coniugata immagine è:
| v
= f x (1 + M) = 50 x (1 + 1) = 100 mm |
e l'angolo di campo diventa:
| a
= 2 x arcotag d / (2 x v) = 24° |
insomma poco più della metà.
Resa prospettica delle stampe
----Nell'osservazione
naturale la sensazione della profondità è
affidata principalmente alla prospettiva e dipende dagli
angoli che i diversi oggetti che la compongono formano
rispetto agli occhi dell'osservatore. In una fotografia
gli oggetti riprodotti, a causa delle loro diverse distanze
e dimensioni, sottendono anch'essi angoli diversi rispetto
all'occhio che osserva la foto. La prospettiva, corrispondente
all'osservazione naturale, può essere ricreata
solo se gli angoli sottesi osservando l'originale e osservando
il fotogramma sono uguali.
----Per una foto stampata su carta o proiettata, gli stessi
angoli che si hanno nell'osservazione naturale, si possono
ottenere ingrandendo il fotogramma in modo che:
dove "I" è l'ingrandimento, "f"
è la focale dell'obiettivo usato per la ripresa
e "D" è la distanza da cui deve essere
osservata la stampa. In tal modo l'occhio abbraccia lo
stesso campo dell'obiettivo in fase di ripresa, vede gli
oggetti sotto gli stessi angoli e percepisce un'immagine
analoga a quella naturale.
In questo grafico è
riportato l'ingrandimento (I) dei fotogrammi 24
x 36 mm, ripresi con obiettivo di focale 50 mm,
in funzione della distnza di osservazione (D) delle
stampe.
Le condizioni necessarie per ottenere stampe con
una prospettiva identica a quella naturale sono
rappresentate dalla linea inclinata e si ottengono
osservando le stampe, come si fa istintivamente,
da una distanza pari alla diagonale delle stampe
stesse. Infatti per una stampa 13 x 18, ingrandita
circa 5 volte, la distanza d'osservazione correta
è 25 cm, mentre per una stampa 30 x 40, ingrandita
circa 10 volte, la distanza d'osservazione corretta
è 50 cm. |
 |
----Rispettare questa regola
per fotogrammi ripresi con obiettivi di focale molto più
lunga o molto più corta della diagonale del fotogramma
non è sempre agevole. Se provassimo a farlo, si
avrebbero nel primo caso stampe piccolissime che dovremmo
osservare da lontano, e nel secondo stampe grandissime
che dovremmo osservare da distanza brevissima, inferiore
alla minima distanza d'osservazione per l'occhio che è
di 25 cm. I fotogrammi ripresi con obiettivi normali possono
invece essere ingranditi quanto si vuole e se le stampe
che se ne ricavano vengono osservate da una distanza pari
alla diagonale delle stampe stesse, condizione che viene
giustamente definita come osservazione comoda, ricreano
sempre, e in modo automatico, la sensazione della prospettiva
naturale.
----Per il formato 24 x 36
e l'obiettivo normale 50 mm è possibile ricreare
la prospettiva naturale se il fotogramma 24 x 36 mm viene
ingrandito di un fattore pari a 250/50 = 5, ricavandone
una stampa di circa 13 x 18 da osservare da 25 cm di distanza,
come è istintivo fare di fronte ad una stampetta
di piccole dimensioni. Nel caso in cui l'ingrandimento
del fotogramma fosse maggiore, fino a ricavarne, ad esempio,
una stampa 30 x 40 cm da incorniciare ed esporre, la prospettiva
naturale sarebbe comunque ricreata, in quanto una stampa
di tali dimensioni viene, solitamente e istintivamente,
osservata da una distanza di circa 50 cm, distanza che
corrisponde proprio alla diagonale di una stampa 30 x
40 cm.
Aberrazioni assiali
----Lo schema ottico
di un obiettivo zoom deve tenere conto del percorso dei
raggi di luce non solo alle diverse distanze di ripresa,
ma anche alle varie focali. Inoltre lo spostamento degli
elementi dovuto alla variazione di focale comporta diverse
posizioni dei punti nodali, diversi angoli di campo e,
a parità di apertura geometrica del diaframma,
valori diversi dell'apertura effettiva e diverse posizioni
delle pupille d'ingresso e d'uscita. Le difficoltà
derivanti da un proggetto così complesso per le
molte variabili in gioco, con i moderni materiali e mezzi
di calcolo, possono essere oggi facilmente affrontate
e risolte, ma costringono comunque il proggettista a scendere
a compromessi con lo scopo di ottenere risulati medi soddisfacenti
per tutte le focali e le condizioni previste. Come standard
di nitidezza si cerca di raggiungere una risoluzione ritenuta
sufficiente per la maggioranza delle applicazioni, e che
corrisponde, nel migliore dei casi ad una dimensione dei
punti immagine non superiore al circolo di confusione,
vale a dire pari a circa 1/1000 della focale.
Le specifiche progettuali
di un obiettivo sono rappresentate da una serie
di parametri. Tali parametri possono essere soddisfatti
imponendo, sin dall'inizio, tolleranze più
o meno larghe, ma che vanno rispettate in tutte
le successive fasi della realizzazione. In un obiettivo
normale di qualità, come quello mostrato,
le tolleranze sono molto rigorose e questo ovviamente
influisce sul costo che l'obiettivo può raggiungere.
|
 |
----Negli obiettivi normali
la posizione fissa dello schema, dei punti nodali e delle
pupille, agevola molto il compito del progettista e rende
possibile, riservare maggiore attenzione alla qualità
dell'immagine fino ad avvicinarsi al limite teorico di
risoluzione corrispondente alla centrica di diffrazione.
Il fatto poi che la distanza focale a la diagonale del
formato abbiano dimensioni simili rappresenta, già
da solo, una notevole semplificazione costruttiva e permette,
usando elementi frontali di diametro analogo, di raggiungere
alti valori di luminosità massima e di ottenere
con la chiusura del diaframma un ampia scala di luminosità
relative. Esaminiamo ora brevemente le principali aberrazioni
da correggere per gli obiettivi normali.
----Per quanto riguarda l'aberrazione
sferica, dovuta ai diversi angoli con cui un fascio di
luce colpisce il centro e le porzioni marginali delle
lenti, essa può essere ridotta a un valore trascurabile
già a partire dai diaframmi più aperti.
Si può ricorrere a lenti ibride, vetro-polimero,
aventi superficie asferica o, più semplicemente,
al sistema tradizionale della combinazione di una lente
positiva con una negativa più debole affetta da
aberrazione sferica uguale ma di segno opposto. Quest'ultimo
metodo può essere applicato in modo più
preciso che in passato, in quanto i vetri ottici oggi
disponibili permettono ampie possibilità di scelta
in termini di rifrazione e dispersione. A ciò si
aggiunga che alcuni moderni vetri al boro, al lantanio
e al torio, avendo un alto indice di rifrazione e proprietà
medie di dispersione,provocano la necessaria deviazione
dei raggi di luce con elementi di minore spessore e con
curvature poco accentuate delle superfici ottiche, condizione
essenziale per impedire l'insorgere di questo tipo di
aberrazione.
----Per quanto riguarda l'aberrazione
cromatica, dovuta alla dispersione dei raggi di luce di
varia lunghezza d'onda, il metodo tradizionalmente seguito
per correggerla è quello di utilizzare due lenti,
in modo da compensare l'aberrazione dell'una con l'aberrazione
uguale ma di segno contrario dell'altra. A tale scopo
oggi è possibile, molto più agevolmente
che in passato, utilizzare la stessa combinazione di lenti
utilizzata per correggere l'aberrazione sferica. Inoltre
per gli obiettivi normali è sufficiente procedere
alla correzione acromatica, imponendo, come unica condizione
da rispettare, che la distanza focale per il rosso sia
uguale a quella per il blu. La formazione dello spettro
secondario, dovuto allo spostamento del fuoco per il verde,
e che crea grossi problemi nel caso delle focali più
lunghe, nel caso degli obiettivi normali provoca effetti
inavvertibili e rende quindi superfluo procedere ad una
correzione apocromatica.
Aberrazioni extra assiali
----Veniamo ora alle altre
aberrazioni, che sono extra assiali, cioè non presenti
al centro del campo, e che riguardano i raggi inclinati
e in misura tanto maggiore quanto maggiore è la
loro inclinazione rispetto all'asse ottico. Prima di parlarne,
ricordiamo che nell'obiettivo normale di focale 50 mm,
i raggi di luce più inclinati che raggiungono le
zone estreme del fotogramma formano un angolo di circa
23° rispetto all'asse ottico. Si tratta di un angolo
tutt'altro che trascurabile, ma non così grande
da creare problemi di correzione.
----La prima delle aberrazioni
extra assiali è chiamata "colore laterale",
è sempre dovuto al fenomeno della dispersione ed
è quindi un'aberrazione cromatica. Essa provoca
sulle zone periferiche del campo frange colorate di maggiori
dimensioni rispetto ai cerchietti che si formano al centro
del campo. Per l'obiettivo normale di 50 mm, essa non
rappresenta un grosso problema, in quanto si manifesta
in zone del campo esterne al formato della pellicola.
Un'altra aberrazione che non crea problemi nel caso dell'obiettivo
normale è la curvatura di campo in quanto anch'essa
si manifesta in zone esterne al formato.
----Il coma, che si manifesta
come una figurina avente una forma di cometa, è
dovuto principalmente alla sfericità delle superfici
ottiche in quanto i raggi inclinati provenienti da punti
oggetto lontani dall'asse ottico sono rifratti in parte
dalle zone centrali poco incurvate e in parte dalle zone
periferiche più incurvate. Per correggerla in fase
di progettazione si ricorre al solito sistema della combinazione
di due elementi aventi aberrazioni uguali, ma di segno
opposto, e negli obiettivi corretti per l'aberrazione
sferica assiale anche il coma risulta abbastanza corretto.
C'è da dire inoltre che nei moderni obiettivi normali
dotati di lenti più rifrangenti, ma meno incurvate,
anche la correzione del coma risulta molto semplificata.
----L'astigmatismo, dovuto
alle diverse condizioni di un fascio di luce obbliquo
nei confronti dei due assi principali delle lenti, si
manifesta come una deformazione dei punti in due corte
lineette perpendicolari sia tra loro che rispetto all'asse
ottico. Dato poi che nessuna delle due lineette si forma
alla stessa distanza dalla lente, in cui si incontrano
i raggi di luce paralleli all'asse ottico, l'astigmatismo
è generalmente associato alla curvatura di campo.
Ma come quest'ultima, in un obiettivo normale, gli effetti
astigmatici più gravi cadono sempre al di fuori
del campo. L'astigmatismo che interessa il campo utile
viene corretto accoppiando lenti con un particolare rapporto
tra indice di rifrazione e potere disperdente, cosa che
oggi può essere facilmente soddisfatta.
----L'ultima aberrazione,
la distorsione, che non ha nessun effetto sulla nitidezza
dell'immagine, ma solo sulla sua forma, si manifesta quando
il raggio centrale di un fascio di luce obbliquo non passa
per il centro dell'obiettivo. Negli obiettivi normali
tale circostanza si verifica difficilmente, in quanto
è abbastanza agevole sistemare gli elementi in
posizione simmetrica rispetto al diaframma.
|
Negli obiettivi normali, la posizione fissa
dello schema e la presenza di elementi anteriori
e posteriori simmetrici rispetto al diaframma,
rende possibile procedere ad una correzione spinta
delle aberrazioni fino ad avvicinarsi al limite
teorico di risoluzione ai vari diaframmi. Qui
sono mostrate le curve MTF di un obiettivo 50
mm ben corretto e di un obiettivo zoom, impostato
sulla focale 50 mm a tre diverse aperture. Più
alte sono le curve (cioè lontane dall'origine
0) migliore è la qualità dell'obiettivo.
|
 |
Compattezza dei moderni normali
----La maggioranza degli
obiettivi normali possono essere considerati una derivazione
dell'obiettivo a tripletto, che in origine comprendeva
due gruppi convergenti, uno frontale e uno posteriore,
e un gruppo divergente centrale. Con il passare degli
anni però questo schema di base ha subito profonde
modifiche. Gli elementi, frontale e posteriore, sono stati
sdoppiati oppure ad essi sono state aggiunte altre lenti
convergenti, aventi spesso la forma di menischi positivi.
L'elemento centrale divergente è stato a sua volta
suddiviso in due parti sistemate una al di qua e una al
di là del diaframma. Tali modifiche hanno reso
lo schema, oltre che più complesso, sempre più
somigliante a quello di un obiettivo simmetrico.
 |
Molti obiettivi normali
sono una derivazione del tripletto, ma con il tempo
questo schema di base ha subito profonde modifiche.
Lo sdoppiamento delle lenti frontale e posteriore
e della lente negativa centrale, nonchè l'aggiunta
di altri elementi sul fronte e sul retro hanno reso
lo schema, oltre che più complesso, sempre
più somigliante a quello di un obiettivo
simmetrico. Qui sono mostrati alcuni schemi di obiettivi
normali con la posizione del diaframma. |
La complessità dello schema dipende principalmente
dalla luminosità massima dell'obiettivo e questo
perchè all'aumentare della luminosità sono
necessarie più lenti per correggere le aberrazioni
a tutta apertura. Mentre, ad esempio, per una luminosità
f/2 può bastare uno schema comprendente 5 lenti,
per una luminosità f/1,2 sono necessarie almeno
7 lenti. Questa costituzione degli obiettivi normali per
fotocamere reflex risale a parecchi anni. Tuttavia i moderni
obiettivi normali non sono esattamente uguali ai vecchi.
----Come abbiamo visto l'attuale
possibilità di utilizzare vetri ottici più
rifrangenti che in passato, oltre a permettere di dare
alle lenti una curvatura poco pronunciata, permette anche
di ottenere la necessaria convergenza dei raggi di luce
dando alle lenti stesse un spessore più modesto
che in passato. Si ha insomma uno schema, che pur comprendendo
diverse lenti, è racchiuso in una montatura relativamente
corta. Da questo deriva la forma di molti moderni obiettivi
normali, che sono più larghi che lunghi. Tale circostanza
fa diminuire sensibilmente l'ingombro dell'obiettivo e
il suo peso anche perchè, tra l'altro, la montatura
è spesso realizzata in plastica. Ma ci sono altre
considerazioni.
----La compattezza dello
schema provoca un avvicinamento di tutti i parametri geometrici
dell'obiettivo. Si avvicinano tra loro i due piani principali
ed entrambi si avvicinano al diaframma, circostanza questa
che serve a ridurre la differenza tra l'apertura geometrica
e l'apertura effettiva. In tal modo viene a crearsi più
spazio per l'escursione del diaframma tra l'apertura massima
e la minima. La compattezza dello schema inoltre esalta
gli effetti dell'escursione dell'elicoide di messa a fuoco
e ciò, insieme all'avvicinamento del primo piano
principale alla lente frontale, rende possibile, anche
a tutta apertura, focheggiare oggetti che si trovano ad
una distanza inferiore a 10 focali della lente frontale.
----Altri effetti interessanti
riguardano la caduta di luce ai bordi, che in un obiettivo
con angolo di campo di 53° sono dovuti principalmente
alla lunghezza della montatura e alle dimensioni e posizioni
reciproche delle pupille d'entrata e d'uscita. In un obiettivo
normale le pupille d'entrata e d'uscita dell'obiettivo
risultano vicine e di dimensioni molto simili e questo
garantisce le migliori condizioni per ridurre la vignettatura.
Infatti con le pupille d'entrata e d'uscita vicine e di
dimensioni simili, i fasci di luce inclinati entranti
possono raggiungere i bordi del fotogramma senza incontrare
ostacoli. Il fenomeno della caduta di luce ai bordi, tipico
dei grandangolari, negli obiettivi normali può
riguardare, e in misura modesta, sole le immagini riprese
all'apertura massima.
 |
Negli obiettivi normali,
la compattezza dello schema comporta molti vantaggi,
tra cui quello di un'attenuazione della caduta di
luce ai bordi. Le pupille d'entrata e d'uscita sono
vicine e di dimensioni simili ai fasci di luce inclinati
entranti possono raggiungere i bordi del fotogramma
senza incontrare ostacoli. Il fenomeno della caduta
di luce ai bordi riguarda, e in misura modesta,
solo le esposizioni all'apertura massima per le
quali l'assorbimanto dei raggi inclinati è
rappresentato dalla zona scura del disegno sulla
destra. |
----Da quanto abbiamo
detto è lecito porsi qualche domanda. Perchè
gli obiettivi normali, che offrono risultati tanto vantaggiosi,
sono usati poco dai giovani fotografi? La risposta più
ovvia è che con l'obiettivo normale l'angolo di
campo è fisso, mentre con uno zoom si ha una grande
libertà di scegliere l'angolo di campo migliore
per ogni determinato soggetto. Lo zoom può sostituire
un corredo di almeno tre focali e, una volta montato sulla
fotocamera, è molto comodo da usarsi ed anche divertente.
Non c'è motivo poi di acquistare un normale quando
allo stesso prezzo, o a un prezzo più basso, si
può acquistare uno zoom che comprende anche la
focale normale, ad esempio un 28-80.
----Tutti argomenti validissimi,
se riferiti a chi non ha troppe esigenze. Per i fotoamatori
esigenti però il discorso cambia. Un modesto zoom
28-80, usato alla focale 50 mm, riesce a fornire immagini
con una prospettiva naturale, ma da esso non è
lecito aspettarsi gli stessi risultati qualitativi di
un buon obiettivo normale a focale fissa.
----Un'altra domanda riguarda
i prezzi. Perchè gli obiettivi normali, pur essendo
concettualmente semplici da proggettare e realizzare,
hanno spesso un costo superiore agli zoom? La risposta
è semplice. Il costo, giudicato eccessivo, dei
migliori obiettivi normali non dipende dalla complessità
dello schema, ma solo dal fatto che per essi sin dalla
progettazione vengono imposti standard qualitativi più
alti in termine di correzione delle aberrazioni e quindi
di nitidezza dell'immagine. Tali standard vanno mantenuti
in ogni fase della successiva realizzazione, scelta dei
vetri, lucidatura delle superfici ottiche e precisione
meccanica del montaggio.
----Quando gli standard sono
elevati è inevitabile che aumentino anche gli scarti
e i costi di produzione. Forse è anche per questo
che, nei moderni cataloghi, di obiettivi normali ce ne
sono pochi.
Per gentile concessione della Cesco Ciapanna
Ed.
Da "fotografare novità",
gennaio 2000; "alta fotografia" di
Maurizio Micci, pag.14 e segg. |
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