Il ritorno alle origini e la sintassi del linguaggio fotografico

La dipendenza dallo strumento tecnico è sicuramente una delle costanti che hanno caratterizzato l'evoluzione del linguaggio fotografico contribuendo a definirne la sintassi. La fase che stiamo attraversando ha quindi tutte le carte in regola per essere apportatrice di interessanti evoluzioni a livello espressivo soprattutto in virtù delle trasformazioni che sta subendo proprio in questo periodo la tecnologia della ripresa. Dopo oltre centocinquant'anni di attività impostata prevalentemente sulla base di processi chimico-fisici, la realizzazione di immagini create con la luce si sta avviando inevitabilmente verso procedimenti di acquisizione digitale. L'impulso maggiore verso questo tecnologia viene sicuramente dai media destinati ad utilizzare l'immagine finale, per i quali la velocità di utilizzo dell'immagine dal momento della ripresa sta diventando un fattore discriminante di sempre maggior importanza, al pari della possibilità di trattamento ed elaborazione diretta dell'immagine stessa. Lasciamo da parte ogni polemica inerente gli aspetti più propriamente etici riguardanti la fase di elaborazione o le conseguenze derivanti dalla possibilità di acquisire immagini sfruttando le riprese video, il cui linguaggio si esprime propriamente attraverso stilemi differenti e dalla cui contaminazione diretta non è affatto detto che debba giovarsi l'immagine fissa. L'aspetto più interessante che si fa notare è invece la tendenza verso una netta dicotomizzazione delle tipologie di fotografo. In questa fase di transizione infatti possiamo già vedere chiaramente quali saranno le esigenze commerciali tutte improntate verso i parametri della massima velocità possibile e quindi dell'acquisizione delle immagini per mezzo della tecnologia digitale. Grazie a quest'ultima è già possibile produrre immagini che non necessitano di ulteriori elaborazioni o processi acquisitivi per essere messe in pagina sia nel caso delle pubblicazioni cartacee sia in quello delle pubblicazioni telematiche. D'altra parte però si sta sviluppando un profondo interesse nei confronti di una dimensione artistica della fotografia che si manifesta nella scelta per certi versi filosofica di recuperare le tecniche più antiche del processo fotografico chimico-fisico. In quest'ultimo contesto si inseriscono elementi relativi sia al momento della ripresa sia a quello della restituzione su un adeguato supporto. Nel primo caso la ricerca si sta sviluppando soprattutto in direzione di una riappropriazione dello strumento tecnico di base, spesso e volentieri ridotti alla struttura originaria minima, come nel caso dell'utilizzo del foro stenopeico. La strada già indicata da Paolo Gioli viene quindi ripercorsa e reinterpretata alla luce di nuove esperienze, in cui comunque si può cogliere un atteggiamento di fondo che sottende la riscoperta delle strutture primarie del processo fotografico di cui si vuole recuperare le valenze originarie depurandolo dall'orgia tecnologica di chiara valenza commerciale che ha caratterizzato a troppi livelli il concetto di fotografia. La riscoperta del foro stenopeico è quindi interpretabile come una reazione che tende a recuperare un linguaggio propriamente fotografico e si propone come un ritorno alle origini più elementari che a sua volta suggerisce l'idea che, da parte degli autori contemporanei, si avverta con chiarezza la necessità di esplorare uno strumento di cui non siano ancora state esplorate appieno le potenzialità espressive. Usare il foro stenopeico significa necessariamente rimettere in discussione tutta la sintassi fotografica introdotta negli ultimi anni, spesso fortemente giocata sulle possibilità di registrare in frazioni infinitesimali di secondo. Tecnicamente un'esposizione con il foro stenopeico richiede da svariati secondi ad alcuni minuti e questo fattore è sicuramente un pesante attributo per la sintassi utilizzata dall'autore. La stessa composizione ne risente direttamente e richiede una certa staticità del soggetto perché in essa vi sia qualcosa di riconoscibile e questo a sua volta induce un differente modo di pensare il tempo in termini fotografici. Da questa caratteristica può nascere anche un modo di rappresentare la realtà attraverso un'interpretazione che si svincola maggiormente dai pesanti retaggi dell'associazione fotografia-realtà. Il tentativo è dunque quello di affrancare la fotografia dalla considerazione media purtroppo attribuita da un retaggio culturale di centocinquant'anni di storia quasi mai vissuta in modo critico ed autonomo. In altre parole gli autori sembrano voler rivendicare pienamente anche alla fotografia la valenza di mezzo che consenta di esprimere la propria personale interpretazione del mondo, una interpretazione artistica non necessariamente legata ad un accadimento reale, quanto piuttosto alla propria intuizione, immaginazione, percezione e sensibilità. In questo senso potenti colpi all'insana idea che vuole legato la fotografia identificata con la realtà effettuale vengono, ad esempio, dal lavoro dello spagnolo Joan Fontcuberta che ha più volto messo alla berlina la presunta attendibilità connessa alla fotografia e per estensione ai media più in generale, attraverso puntigliose ricostruzioni iconografiche di fatti completamente inesistenti presentati però come reali in quanti comprovati dalla documentazione fotografica. In questo senso si possono inserire opere come Fauna, realizzato in collaborazione con Formiguera o l'esposizione degli inediti fotografici di Dalì, Mirò e Picasso. Nella genialità di realizzazioni come queste, caratterizzate da una vena di inarrestabile ironia, è ancora troppo presente quella che potremo definire con riferimento ad un passato politico non troppo lontano, la sindrome del picconatore. Fra gli epigoni di Fontcuberta interessanti proposte vengono dall'opera presentata nell'ultima edizione della Primavera Fotografica di Barcellona dal ventiseienne Albert Gusi i Las, che attraverso riprese effettuate con un apparecchio panoramico a foro stenopeico ripercorre sulle tracce della memoria la storia dei nativi d'America. Ma al di là della rappresentazione la valenza del lavoro è quella di ripercorrere le tracce che rimangono nella nostra sensibilità visiva della sintassi appresa passivamente attraverso la frequentazione del linguaggio cinematografico e televisivo. Pur non avendo nessuno di noi per ovvi motivi anagrafici partecipato direttamente della storia del nord America del secolo scorso, c'è chiara nella nostra mente una raffigurazione dell'accaduto: si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi ed in assenza di studi specifici, dell'immagine fornita da migliaia di metri di film di stampo più o meno hollywoodiano. Una delle possibili riflessioni indotte dal lavoro di Albert Gusi i Las è proprio quella che induce a considerare e valutare l'influenza dei moderni sistemi di visione condizionati dallo strumento tecnico utilizzato. Da non trascurare poi a livello concettuale il fatto che alcune immagini siano ricostruite a livello scenografico con i classici soldatini di plastica che hanno animato tante fantasie infantili in proposito e che a loro volta erano pesantemente alimentate dall'iconografia cinematografica. L'altro grande settore in cui sviluppa la ricerca è sicuramente quello della stampa. La fotografia come mezzo espressivo risente infatti per taluni autori dei limiti imposti dalla produzione commerciale dei materiali che costituiscono il supporto all'immagine. Questo viene avvertito in molti casi come un forte limite che comporta una parziale standardizzazione della ricerca che spesso finisce per ridursi al solo momento dell'introspezione del linguaggio della ripresa. Ma, nel processo fotografico creativo, la ripresa è solo uno dei momenti, e spesso il prodotto dello scatto è semplicemente funzionale al successivo processo di restituzione dell'intuizione ad una fruibilità collettiva. La stampa di un'immagine fotografica è infatti il luogo dell'interpretazione e della riflessione sull'intuizione da cui è scaturito lo scatto, e in quanto tale apre la strada ad infinite possibilità e risultati. La riflessione e l'interpretazione attingono peraltro energia anche dalla possibilità di flettere lo strumento alle proprie esigenze, cosa che con i materiali commerciali è possibile solo entro un confine che, per quanto ampio. presenta comunque dei limiti. Da questo nasce forse l'esigenza di superare i confini riscoprendo le tecniche di stampa più antiche che prevedono un rapporto molto più diretto da parte dello stampatore con la sua opera. Le stesse fasi di preparazione delle emulsioni e la scelta del supporto implicano una potenzialità discrezionale sul risultato finale che ben si attaglia alla necessità di un'espressione a tutto campo. In Italia la riscoperta delle tecniche artigianali di preparazione e stesa dell'emulsione comincia a farsi largo con una certa difficoltà solo ora, nonostante le esperienze pluriennali in tal senso di Damiano Bianca e Scaramella. Il grande problema di questo settore della ricerca è storicamente quello dell'utilizzo di queste tecniche per la produzione di immagini troppo spesso di sapore anacronistico, in cui vengono riecheggiate improbabili atmosfere da protostoria della fotografia. In questo senso appare molto più interessante il lavoro svolto da alcuni giovani autori come Andrea Mosso, Massimo Attardi o Mario Rizzi che hanno recentemente presentato nella capitale i loro lavori proponendo un'interpretazione che si svincola dai canoni pittorialisti. Nel caso di Andrea Mosso la scelta espressiva è caduta sul processo di stampa al platino che è stato inserito su una ricerca dal taglio estremamente moderno sullo stress vissuto come elemento di allontanamento dalla capacità-possibilità di riconoscere quanto ci accade intorno nella vita quotidiana. In questo ambito la stampa al platino non è stata interpretata come di consueto in chiave tecnica in funzione della sua curva caratteristica estremamente lineare e quindi in grado di offrire una gamma tonale estesissima. Le immagini presentano infatti spesso compressioni tonali considerevoli per esigenze espressive. La scelta del procedimento al platino con tutta la sua manualità ed artigianalità, si inserisce invece nella fase più propriamente concettuale del lavoro e vuole sottolineare la necessità, imprescindibile nell'ottica dell'autore, di recuperare attraverso la scoperta della lentezza ritmi più lenti, meno forsennati, in altre parole più umani. Per quanto riguarda Massimo Attardi e Mario Rizzi invece la scelta della tecnica di stampa, gomma bicromata su legno per il primo e platino o gomma bicromata su carta per il secondo, è dipesa fondamentalmente dalla necessità di produrre un'identificazione fra quanto rappresentato e l'immagine finale. Nel caso di Massimo Attardi i passaggi multipli in gomma bicromata hanno richiesto una pesante rielaborazione della chimica per adattarla al legno scelto come supporto di stampa per le sue caratteristiche di organicità associabili all'analisi del corpo effettuata nei suoi nudi. Il risultato sono immagini che fanno riflettere su quanto ancora ci sia da fare, pur nel rigoroso rispetto degli stilemi dello strumento fotografico, prima che se ne possano considerare esauriti i limiti espressivi. Per quanto riguarda Mario Rizzi infine la scelta del platino o della gomma bicromata è stata frutto della necessità di restituire la matericità della pelle in un lavoro svolto sul tema del tatuaggio. Attraverso le porosità della superficie della carta scelta e le ricercate imperfezioni della stessa e dell'emulsione il risultato raggiunto è stato di un sorprendente rilievo che mette in evidenza la struttura della pelle rievocandone direttamente la matericità e suggerendo riflessioni che vanno oltre quanto raffigurato per indagare sulle radici più ancestrali del tatuaggio.

Sandro Iovine

Per gentile concessione di F&D



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