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Obiettivi normali
Di webmaster - del 17/01/2008 @ 08:31:01, in ritagli, linkato 4083 volte.
Gli obiettivi aventi una lunghezza focale simile alle dimensioni del fotogramma sono tradizionalmente definiti "normali". Il termine di normale, dato a questi obiettivi, trova giustificazione nel fatto che essi sono gli unici che forniscono immagini uguali a quelle che riesce a vedere l'occhio nell'osservazione naturale. Per questo, e per altri motivi, fin dai primordi della fotografia, gli obiettivi normali, sono stati quelli più studiati e perfezionati, e, cosa non trascurabile, i più semplici a cui conferire una buona luminosità. L'obiettivo normale, per molti anni venduto insieme all'apparecchio, è stato la prima ottica con cui generazioni di fotografi hanno iniziato a lavorare ed hanno scoperto il fascino della fotografia. Ai teleobiettivi e ai grandangolari, sempre di focale fissa, essendo gli zoom costosi e non del tutto affidabili, si pensava in un secondo momento e venivano acquistati solo per soddisfare specifiche esigenze di ripresa.
Per la sua adattabilità alla maggioranza delle situazioni, l'obiettivo normale era però quello più apprezzato e restava l'ottica utilizzata di più o, addirittura, l'unica ottica disponibile, con la quale, e insieme a vari aggiuntivi, si cercava di fare un pò di tutto. Quello a cui si dava maggiore importanza, e che costituiva motivo di orgoglio per il fotoamatore, era che il proprio obiettivo "normale" avesse una buona qualità e luminosità, requisito che un tempo era considerato essenziale. I principali costruttori, consapevoli di tale situazione, realizzavano un gran numero di schemi ottici di focale normale e ne correggevano con cura le principali aberrazioni.Tutto ciò è facilmente verificabile consultando i vecchi cataloghi di obiettivi, che accanto a molte ottiche di focale normale di vario tipo e prezzo, comprendevano un numero relativamente modesto di teleobiettivi e di grandangolari.
Oggi la situazione è cambiata. L'evoluzione tecnologica, la facilità di progettazione, la grande varietà di vetri ottici disponibili, l'automazione nella molatura e lucidatura delle superfici di vetro, nonché la possibilità di utilizzare materiali polimerici in sostituzione del vetro, hanno reso possibile realizzare a prezzi accessibili obiettivi zoom, la cui qualità si può considerare accettabile per la maggioranza delle applicazioni. Si tratta di obiettivi che consentono ampie escursioni focali e all'interno di tali escursioni, generalmente al centro, hanno collocata la focale normale. Tali zoom, permettendo di modificare l'angolo di campo mentre si osserva l'immagine nel mirino, offrono il vantaggio della comodità e della rapidità ed hanno quindi incontrato un grande successo. Tanto è vero che il primo obiettivo dei giovani fotografi è proprio uno di questi zoom, che può essere scelto tra i numerosi tipi di cui sono pieni gli attuali cataloghi e che a volte hanno prezzi sorprendentemente diversi.
In questa rubrica parleremo dell'obiettivo normale e dei vantaggi che offre dal punto di vista del campo abbracciato, della resa prospettica e della fedeltà di riproduzione. Cercheremo di dimostrare che l'obiettivo normale è tutt'altro che superato, ma anzi che nella maggioranza delle situazioni rappresenta ancora quanto di meglio esiste per realizzare una bella immagine. Faremo riferimento ad un obiettivo normale di alta qualità che, in considerazione della sua focale fissa, può essere oggi realizzato con una correzione spinta delle aberrazioni.

Campo abbracciato

La funzione principale di un obiettivo fotografico è di creare immagini simili a quelle dell'osservazione naturale. Deve quindi, prima di ogni altra considerazione sulla nitidezza e sul microcontrasto, riprodurre le dimensioni reciproche tra i soggetti in modo analogo a come le vede l'occhio. E' accertato che un osservatore medio, senza muovere la testa, riesce a distinguere gli oggetti compresi entro un angolo di circa 53°. Per avere un immagine che comprenda lo stesso angolo di campo, occorre usare un obiettivo la cui focale sia uguale alle dimensioni del fotogramma e come dimensione si considera tradizionalmente la diagonale del fotogramma stesso. Questa proprietà si può dimostrare con semplici calcoli, ma può anche essere rappresentata graficamente, immaginando di porre l'occhio nella stessa posizione in cui l'obiettivo vede la scena da riprendere.

FOTO

Considerando di porre l'occhio nel punto nodale anteriore N1, esso viene a trovarsi nelle stesse condizione dell'obiettivo. L'immagine che l'occhio vede, all'interno di una cornice simmetrica al piano focale, è identica a quella dell'osservazione naturale, solo se la cornice si trova ad una distanza pari alla diagonale del formato.


Tutti gli obiettivi hanno un punto nodale anteriore N1, che è il punto da cui essi vedono la scena e un punto nodale posteriore N2, che è il punto da cui partono i raggi di luce diretti verso il piano focale. Per la proprietà principale dei punti nodali, i raggi di luce entranti nel punto nodale anteriore fuoriescono dal punto nodale posteriore mentenendo la stessa inclinazione. Consideriamo ora di porre di fronte all'obiettivo una cornice immaginaria simmetrica al piano focale, sia come dimensioni che come distanza. Se poniamo l'occhio nel punto nodale anteriore N1, l'occhio viene a trovarsi nelle stesse condizioni dell'obiettivo e riesce a vedere, all'interno della cornice, un'immagine del tutto identica a quella che colpisce il piano focale, anche se quest'ultima in realtà è rovesciata. Questo esperimento si può fare ovviamente con qualsiasi obiettivo ed è sempre valido. Tuttavia per avere un'immagine identica a quella dell'osservazione naturale, vale a dire con un'angolo di campo di 53°, è necessario che la cornice si trovi ad una distanza pari alla diagonale del formato.

FOTO

L'ampiezza del soggetto (S) che può essere riprodotto da un'obiettivo(L) è determinata dall'angolo di campo (W). Questo a sua volta dipende dalla diagonale del formato e dalla distanza tra obiettivo e piano focale. In un obiettivo normale, l'angolo di campo corrispondente all'osservazione naturale si ottiene focheggiando soggetti all'infinito.


Per il formato 24 x 36 mm, questa situazione si verifica quando l'obiettivo ha una focale pari a circa 43 mm, mentre per il formato 6 x 6 cm quando l'obiettivo ha una focale pari a circa 85 mm. In realtà per le fotocamere reflex di formato 24 x 36 mm l'obiettivo considerato tradizionalmente come normale ha una focale di 50 mm, cioè un pò più lunga del necessario, e questo comporta ovviemente una variazione in termini di angolo di campo. Infatti in base alla formula che fornisce l'angolo di campo "a" e assumendo come dimensione del formato la sua diagonale "d", si può scrivere:

a = 2 x arcotag d / (2 x f)

e si ricava che per il formato 24x36 mm, avente diagonale 43,27 mm, un obiettivo di focale di 50 mm ha un angolo di campo di 47°.
La variazione di angolo è di circa il 10% in meno rispetto all'osservazione naturale. Facciamo notare in proposito che per queste fotocamere la scelta di adottare come normale una focale di 50mm, anzichè 43 mm è tutt'altro che casuale, ma serve per allontanare la lente posteriore dal piano pellicola utilizzando schemi ottici relativamente semplici. Restringere il campo di 5° si dimostra inoltre molto utile, come vedremo più avanti, ai fini della correzione delle aberrazioni. A prescindere da questo la differenza tra 47° e 53°, ai fini pratici, è abbastanza modesta da non modificare sostanzialmente le cose e, volendo, può essere compensata con piccole modifiche dell'ingrandimento.
Ricordiamo che gli angoli di campo ricavati con la formula si riferiscono alle riprese di oggetti all'infinito o comunque abbastanza lontani da formare un'immagine nitida ad una distanza obiettivo-piano di messa a fuoco pari alla focale. Nel caso delle riprese di oggetti vicini, la distanza dall'obiettivo al piano di messa a fuoco aumenta e di conseguenza l'angolo di campo diventa più piccolo. Per calcolarlo si può usare una formula simile a quella vista sopra con la sola differenza che la distanza focale "f" va sostituita con la coniugata immagine "v", vale a dire:

a = 2 x arcotag d / (2 x v)

Consideriamo, ad esempio, un obiettivo di focale 50 mm, che per il formato 24 x 36 mm ha, per oggetti distanti, un angolo di campo di 47°. Usando tale obiettivo per riprendere un oggetto vicino con rapporto di ingrandimento M=1, la distanza coniugata immagine è:

v = f x (1 + M) = 50 x (1 + 1) = 100 mm

e l'angolo di campo diventa:

a = 2 x arcotag d / (2 x v) = 24°

insomma poco più della metà.


Resa prospettica delle stampe

Nell'osservazione naturale la sensazione della profondità è affidata principalmente alla prospettiva e dipende dagli angoli che i diversi oggetti che la compongono formano rispetto agli occhi dell'osservatore. In una fotografia gli oggetti riprodotti, a causa delle loro diverse distanze e dimensioni, sottendono anch'essi angoli diversi rispetto all'occhio che osserva la foto. La prospettiva, corrispondente all'osservazione naturale, può essere ricreata solo se gli angoli sottesi osservando l'originale e osservando il fotogramma sono uguali.
Per una foto stampata su carta o proiettata, gli stessi angoli che si hanno nell'osservazione naturale, si possono ottenere ingrandendo il fotogramma in modo che:

I x f = D

dove "I" è l'ingrandimento, "f" è la focale dell'obiettivo usato per la ripresa e "D" è la distanza da cui deve essere osservata la stampa. In tal modo l'occhio abbraccia lo stesso campo dell'obiettivo in fase di ripresa, vede gli oggetti sotto gli stessi angoli e percepisce un'immagine analoga a quella naturale.


In questo grafico è riportato l'ingrandimento (I) dei fotogrammi 24 x 36 mm, ripresi con obiettivo di focale 50 mm, in funzione della distnza di osservazione (D) delle stampe. Le condizioni necessarie per ottenere stampe con una prospettiva identica a quella naturale sono rappresentate dalla linea inclinata e si ottengono osservando le stampe, come si fa istintivamente, da una distanza pari alla diagonale delle stampe stesse. Infatti per una stampa 13 x 18, ingrandita circa 5 volte, la distanza d'osservazione correta è 25 cm, mentre per una stampa 30 x 40, ingrandita circa 10 volte, la distanza d'osservazione corretta è 50 cm.

FOTO


Rispettare questa regola per fotogrammi ripresi con obiettivi di focale molto più lunga o molto più corta della diagonale del fotogramma non è sempre agevole. Se provassimo a farlo, si avrebbero nel primo caso stampe piccolissime che dovremmo osservare da lontano, e nel secondo stampe grandissime che dovremmo osservare da distanza brevissima, inferiore alla minima distanza d'osservazione per l'occhio che è di 25 cm. I fotogrammi ripresi con obiettivi normali possono invece essere ingranditi quanto si vuole e se le stampe che se ne ricavano vengono osservate da una distanza pari alla diagonale delle stampe stesse, condizione che viene giustamente definita come osservazione comoda, ricreano sempre, e in modo automatico, la sensazione della prospettiva naturale.
Per il formato 24 x 36 e l'obiettivo normale 50 mm è possibile ricreare la prospettiva naturale se il fotogramma 24 x 36 mm viene ingrandito di un fattore pari a 250/50 = 5, ricavandone una stampa di circa 13 x 18 da osservare da 25 cm di distanza, come è istintivo fare di fronte ad una stampetta di piccole dimensioni. Nel caso in cui l'ingrandimento del fotogramma fosse maggiore, fino a ricavarne, ad esempio, una stampa 30 x 40 cm da incorniciare ed esporre, la prospettiva naturale sarebbe comunque ricreata, in quanto una stampa di tali dimensioni viene, solitamente e istintivamente, osservata da una distanza di circa 50 cm, distanza che corrisponde proprio alla diagonale di una stampa 30 x 40 cm.


Aberrazioni assiali

Lo schema ottico di un obiettivo zoom deve tenere conto del percorso dei raggi di luce non solo alle diverse distanze di ripresa, ma anche alle varie focali. Inoltre lo spostamento degli elementi dovuto alla variazione di focale comporta diverse posizioni dei punti nodali, diversi angoli di campo e, a parità di apertura geometrica del diaframma, valori diversi dell'apertura effettiva e diverse posizioni delle pupille d'ingresso e d'uscita. Le difficoltà derivanti da un proggetto così complesso per le molte variabili in gioco, con i moderni materiali e mezzi di calcolo, possono essere oggi facilmente affrontate e risolte, ma costringono comunque il proggettista a scendere a compromessi con lo scopo di ottenere risulati medi soddisfacenti per tutte le focali e le condizioni previste. Come standard di nitidezza si cerca di raggiungere una risoluzione ritenuta sufficiente per la maggioranza delle applicazioni, e che corrisponde, nel migliore dei casi ad una dimensione dei punti immagine non superiore al circolo di confusione, vale a dire pari a circa 1/1000 della focale.

Le specifiche progettuali di un obiettivo sono rappresentate da una serie di parametri. Tali parametri possono essere soddisfatti imponendo, sin dall'inizio, tolleranze più o meno larghe, ma che vanno rispettate in tutte le successive fasi della realizzazione. In un obiettivo normale di qualità, come quello mostrato, le tolleranze sono molto rigorose e questo ovviamente influisce sul costo che l'obiettivo può raggiungere.

FOTO


Negli obiettivi normali la posizione fissa dello schema, dei punti nodali e delle pupille, agevola molto il compito del progettista e rende possibile, riservare maggiore attenzione alla qualità dell'immagine fino ad avvicinarsi al limite teorico di risoluzione corrispondente alla centrica di diffrazione. Il fatto poi che la distanza focale a la diagonale del formato abbiano dimensioni simili rappresenta, già da solo, una notevole semplificazione costruttiva e permette, usando elementi frontali di diametro analogo, di raggiungere alti valori di luminosità massima e di ottenere con la chiusura del diaframma un ampia scala di luminosità relative. Esaminiamo ora brevemente le principali aberrazioni da correggere per gli obiettivi normali.
Per quanto riguarda l'aberrazione sferica, dovuta ai diversi angoli con cui un fascio di luce colpisce il centro e le porzioni marginali delle lenti, essa può essere ridotta a un valore trascurabile già a partire dai diaframmi più aperti. Si può ricorrere a lenti ibride, vetro-polimero, aventi superficie asferica o, più semplicemente, al sistema tradizionale della combinazione di una lente positiva con una negativa più debole affetta da aberrazione sferica uguale ma di segno opposto. Quest'ultimo metodo può essere applicato in modo più preciso che in passato, in quanto i vetri ottici oggi disponibili permettono ampie possibilità di scelta in termini di rifrazione e dispersione. A ciò si aggiunga che alcuni moderni vetri al boro, al lantanio e al torio, avendo un alto indice di rifrazione e proprietà medie di dispersione,provocano la necessaria deviazione dei raggi di luce con elementi di minore spessore e con curvature poco accentuate delle superfici ottiche, condizione essenziale per impedire l'insorgere di questo tipo di aberrazione.
Per quanto riguarda l'aberrazione cromatica, dovuta alla dispersione dei raggi di luce di varia lunghezza d'onda, il metodo tradizionalmente seguito per correggerla è quello di utilizzare due lenti, in modo da compensare l'aberrazione dell'una con l'aberrazione uguale ma di segno contrario dell'altra. A tale scopo oggi è possibile, molto più agevolmente che in passato, utilizzare la stessa combinazione di lenti utilizzata per correggere l'aberrazione sferica. Inoltre per gli obiettivi normali è sufficiente procedere alla correzione acromatica, imponendo, come unica condizione da rispettare, che la distanza focale per il rosso sia uguale a quella per il blu. La formazione dello spettro secondario, dovuto allo spostamento del fuoco per il verde, e che crea grossi problemi nel caso delle focali più lunghe, nel caso degli obiettivi normali provoca effetti inavvertibili e rende quindi superfluo procedere ad una correzione apocromatica.

Aberrazioni extra assiali

Veniamo ora alle altre aberrazioni, che sono extra assiali, cioè non presenti al centro del campo, e che riguardano i raggi inclinati e in misura tanto maggiore quanto maggiore è la loro inclinazione rispetto all'asse ottico. Prima di parlarne, ricordiamo che nell'obiettivo normale di focale 50 mm, i raggi di luce più inclinati che raggiungono le zone estreme del fotogramma formano un angolo di circa 23° rispetto all'asse ottico. Si tratta di un angolo tutt'altro che trascurabile, ma non così grande da creare problemi di correzione.
La prima delle aberrazioni extra assiali è chiamata "colore laterale", è sempre dovuto al fenomeno della dispersione ed è quindi un'aberrazione cromatica. Essa provoca sulle zone periferiche del campo frange colorate di maggiori dimensioni rispetto ai cerchietti che si formano al centro del campo. Per l'obiettivo normale di 50 mm, essa non rappresenta un grosso problema, in quanto si manifesta in zone del campo esterne al formato della pellicola. Un'altra aberrazione che non crea problemi nel caso dell'obiettivo normale è la curvatura di campo in quanto anch'essa si manifesta in zone esterne al formato.
Il coma, che si manifesta come una figurina avente una forma di cometa, è dovuto principalmente alla sfericità delle superfici ottiche in quanto i raggi inclinati provenienti da punti oggetto lontani dall'asse ottico sono rifratti in parte dalle zone centrali poco incurvate e in parte dalle zone periferiche più incurvate. Per correggerla in fase di progettazione si ricorre al solito sistema della combinazione di due elementi aventi aberrazioni uguali, ma di segno opposto, e negli obiettivi corretti per l'aberrazione sferica assiale anche il coma risulta abbastanza corretto. C'è da dire inoltre che nei moderni obiettivi normali dotati di lenti più rifrangenti, ma meno incurvate, anche la correzione del coma risulta molto semplificata.
L'astigmatismo, dovuto alle diverse condizioni di un fascio di luce obbliquo nei confronti dei due assi principali delle lenti, si manifesta come una deformazione dei punti in due corte lineette perpendicolari sia tra loro che rispetto all'asse ottico. Dato poi che nessuna delle due lineette si forma alla stessa distanza dalla lente, in cui si incontrano i raggi di luce paralleli all'asse ottico, l'astigmatismo è generalmente associato alla curvatura di campo. Ma come quest'ultima, in un obiettivo normale, gli effetti astigmatici più gravi cadono sempre al di fuori del campo. L'astigmatismo che interessa il campo utile viene corretto accoppiando lenti con un particolare rapporto tra indice di rifrazione e potere disperdente, cosa che oggi può essere facilmente soddisfatta.
L'ultima aberrazione, la distorsione, che non ha nessun effetto sulla nitidezza dell'immagine, ma solo sulla sua forma, si manifesta quando il raggio centrale di un fascio di luce obbliquo non passa per il centro dell'obiettivo. Negli obiettivi normali tale circostanza si verifica difficilmente, in quanto è abbastanza agevole sistemare gli elementi in posizione simmetrica rispetto al diaframma.

Negli obiettivi normali, la posizione fissa dello schema e la presenza di elementi anteriori e posteriori simmetrici rispetto al diaframma, rende possibile procedere ad una correzione spinta delle aberrazioni fino ad avvicinarsi al limite teorico di risoluzione ai vari diaframmi. Qui sono mostrate le curve MTF di un obiettivo 50 mm ben corretto e di un obiettivo zoom, impostato sulla focale 50 mm a tre diverse aperture. Più alte sono le curve (cioè lontane dall'origine 0) migliore è la qualità dell'obiettivo.

FOTO

Compattezza dei moderni normali.
La maggioranza degli obiettivi normali possono essere considerati una derivazione dell'obiettivo a tripletto, che in origine comprendeva due gruppi convergenti, uno frontale e uno posteriore, e un gruppo divergente centrale. Con il passare degli anni però questo schema di base ha subito profonde modifiche. Gli elementi, frontale e posteriore, sono stati sdoppiati oppure ad essi sono state aggiunte altre lenti convergenti, aventi spesso la forma di menischi positivi. L'elemento centrale divergente è stato a sua volta suddiviso in due parti sistemate una al di qua e una al di là del diaframma. Tali modifiche hanno reso lo schema, oltre che più complesso, sempre più somigliante a quello di un obiettivo simmetrico.

FOTO

Molti obiettivi normali sono una derivazione del tripletto, ma con il tempo questo schema di base ha subito profonde modifiche. Lo sdoppiamento delle lenti frontale e posteriore e della lente negativa centrale, nonchè l'aggiunta di altri elementi sul fronte e sul retro hanno reso lo schema, oltre che più complesso, sempre più somigliante a quello di un obiettivo simmetrico. Qui sono mostrati alcuni schemi di obiettivi normali con la posizione del diaframma.

La complessità dello schema dipende principalmente dalla luminosità massima dell'obiettivo e questo perchè all'aumentare della luminosità sono necessarie più lenti per correggere le aberrazioni a tutta apertura. Mentre, ad esempio, per una luminosità f/2 può bastare uno schema comprendente 5 lenti, per una luminosità f/1,2 sono necessarie almeno 7 lenti. Questa costituzione degli obiettivi normali per fotocamere reflex risale a parecchi anni. Tuttavia i moderni obiettivi normali non sono esattamente uguali ai vecchi.
Come abbiamo visto l'attuale possibilità di utilizzare vetri ottici più rifrangenti che in passato, oltre a permettere di dare alle lenti una curvatura poco pronunciata, permette anche di ottenere la necessaria convergenza dei raggi di luce dando alle lenti stesse un spessore più modesto che in passato. Si ha insomma uno schema, che pur comprendendo diverse lenti, è racchiuso in una montatura relativamente corta. Da questo deriva la forma di molti moderni obiettivi normali, che sono più larghi che lunghi. Tale circostanza fa diminuire sensibilmente l'ingombro dell'obiettivo e il suo peso anche perchè, tra l'altro, la montatura è spesso realizzata in plastica. Ma ci sono altre considerazioni.
La compattezza dello schema provoca un avvicinamento di tutti i parametri geometrici dell'obiettivo. Si avvicinano tra loro i due piani principali ed entrambi si avvicinano al diaframma, circostanza questa che serve a ridurre la differenza tra l'apertura geometrica e l'apertura effettiva. In tal modo viene a crearsi più spazio per l'escursione del diaframma tra l'apertura massima e la minima. La compattezza dello schema inoltre esalta gli effetti dell'escursione dell'elicoide di messa a fuoco e ciò, insieme all'avvicinamento del primo piano principale alla lente frontale, rende possibile, anche a tutta apertura, focheggiare oggetti che si trovano ad una distanza inferiore a 10 focali della lente frontale.
Altri effetti interessanti riguardano la caduta di luce ai bordi, che in un obiettivo con angolo di campo di 53° sono dovuti principalmente alla lunghezza della montatura e alle dimensioni e posizioni reciproche delle pupille d'entrata e d'uscita. In un obiettivo normale le pupille d'entrata e d'uscita dell'obiettivo risultano vicine e di dimensioni molto simili e questo garantisce le migliori condizioni per ridurre la vignettatura. Infatti con le pupille d'entrata e d'uscita vicine e di dimensioni simili, i fasci di luce inclinati entranti possono raggiungere i bordi del fotogramma senza incontrare ostacoli. Il fenomeno della caduta di luce ai bordi, tipico dei grandangolari, negli obiettivi normali può riguardare, e in misura modesta, sole le immagini riprese all'apertura massima.

FOTO

Negli obiettivi normali, la compattezza dello schema comporta molti vantaggi, tra cui quello di un'attenuazione della caduta di luce ai bordi. Le pupille d'entrata e d'uscita sono vicine e di dimensioni simili ai fasci di luce inclinati entranti possono raggiungere i bordi del fotogramma senza incontrare ostacoli. Il fenomeno della caduta di luce ai bordi riguarda, e in misura modesta, solo le esposizioni all'apertura massima per le quali l'assorbimanto dei raggi inclinati è rappresentato dalla zona scura del disegno sulla destra.


Da quanto abbiamo detto è lecito porsi qualche domanda. Perchè gli obiettivi normali, che offrono risultati tanto vantaggiosi, sono usati poco dai giovani fotografi? La risposta più ovvia è che con l'obiettivo normale l'angolo di campo è fisso, mentre con uno zoom si ha una grande libertà di scegliere l'angolo di campo migliore per ogni determinato soggetto. Lo zoom può sostituire un corredo di almeno tre focali e, una volta montato sulla fotocamera, è molto comodo da usarsi ed anche divertente. Non c'è motivo poi di acquistare un normale quando allo stesso prezzo, o a un prezzo più basso, si può acquistare uno zoom che comprende anche la focale normale, ad esempio un 28-80.
Tutti argomenti validissimi, se riferiti a chi non ha troppe esigenze. Per i fotoamatori esigenti però il discorso cambia. Un modesto zoom 28-80, usato alla focale 50 mm, riesce a fornire immagini con una prospettiva naturale, ma da esso non è lecito aspettarsi gli stessi risultati qualitativi di un buon obiettivo normale a focale fissa.
Un'altra domanda riguarda i prezzi. Perchè gli obiettivi normali, pur essendo concettualmente semplici da proggettare e realizzare, hanno spesso un costo superiore agli zoom? La risposta è semplice. Il costo, giudicato eccessivo, dei migliori obiettivi normali non dipende dalla complessità dello schema, ma solo dal fatto che per essi sin dalla progettazione vengono imposti standard qualitativi più alti in termine di correzione delle aberrazioni e quindi di nitidezza dell'immagine. Tali standard vanno mantenuti in ogni fase della successiva realizzazione, scelta dei vetri, lucidatura delle superfici ottiche e precisione meccanica del montaggio.
Quando gli standard sono elevati è inevitabile che aumentino anche gli scarti e i costi di produzione. Forse è anche per questo che, nei moderni cataloghi, di obiettivi normali ce ne sono pochi.

Maurizio Micci
Per gentile concessione della Cesco Ciapanna Ed. Da "fotografare novità", gennaio 2000; "alta fotografia" di Maurizio Micci, pag.14 e segg.

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