Corso Base di Fotografia
Per quanto assistita e computerizzata possa essere, una macchina non sarà
mai intelligente, cioè non è in grado di scegliere, ma solo
di eseguire una serie di comandi all'interno di un campo previsionale.
Per questo una macchina non sbaglia; semplicemente non può, a meno
che non sia guasta. Anche un esposimetro è una macchina, precisa
quanto il suo campo previsionale e le sue caratteristiche costruttive,
quindi se una fotografia presenta valori di densità non accettabili
(troppo chiara o troppo scura), quella situazione di luce non era stata
pre-vista oppure è stato impartito un comando sbagliato.
a. Com'è fatto
I primi sistemi di misurazione della luce erano costituiti da semplici
strisce di carta trattate chimicamente in grado di cambiare colore:
il tempo impiegato per ottenere un certo annerimento, da confrontare
con un campione, era riportato in una tabella che suggeriva i valori.
Fra le curiosità possiamo annoverare dei calcolatori che prevedevano
l'esposizione basandosi sulle scene più frequenti (persone, alberi,
città, montagna) a determinate ore del giorno, nelle quattro
stagioni. I valori potevano essere corretti per zone geografiche. Oggi
un esposimetro è costituito fondamentalmente da una cellula fotosensibile
e da un galvanometro, vale a dire da un elemento in grado di produrre
variazioni elettriche quando è colpito dalla luce e da uno strumento
che misura tali variazioni.
I
vecchi modelli utilizzavano una fotocellula al selenio in grado di convertire
direttamente la luce in corrente elettrica, un amperometro ad ago la
misurava ed il valore ottenuto era riportato su un quadrante calcolatore
in grado di suggerire tempo e diaframma. Per funzionare questi esposimetri
avevano bisogno di un minimo di luce, che poi tanto poca non era, perciò
non potevano essere utilizzati in condizioni di scarsa illuminazione.
Successivamente
furono utilizzate cellule al solfuro di cadmio, in genere abbreviato
in CdS, che si comportano come una resistenza: assecondo della quantità
di luce da cui sono colpite fanno passare più o meno corrente,
questa proveniente da una pila; il campo di misurazione è più
ampio, ma il CdS è lento, diciamo che la lettura ha bisogno di
stabilizzarsi per essere precisa, inoltre è soggetto ad una sorta
di effetto memoria, e dopo misurazioni in luce forte, quelle con luce
più bassa possono restare condizionate per un breve periodo.
Gli esposimetri di recente progettazione utilizzano materiali più
adatti allo scopo come il silicio blu o l'arseniuro di gallio e l'ago
è stato sostituito da led.
Esistono esposimetri interni, parti della fotocamera, ed esposimetri
esterni, cioè oggetti a sé stanti; questa distinzione
è necessaria poiché per il fotografo esistono due modi
di misurare la luce: la luce incidente oppure la luce riflessa. Alcuni
modelli professionali consentono di misurare anche la luce emessa dai
flash.
La
misurazione a luce incidente tiene conto della quantità di luce
che cade sul soggetto, la misurazione a luce riflessa tiene conto della
quantità di luce che la scena riflette verso la fotocamera.
Le moderne reflex 35 mm possiedono un esposimetro a luce riflessa;
questa raggiunge la cellula fotosensibile attraverso l'obiettivo (TTL
dall'inglese true the lens), quindi la misura è limitata alla
sola luce che produrrà l'immagine sulla pellicola.
Gli
esposimetri esterni in genere sono in grado di eseguire entrambi le
misurazioni, ed i modelli spot digitali sono in grado di misurare la
luce riflessa da aree molto ristrette, ad esempio un solo grado; sono
utilizzati per valutare esattamente la luce riflessa dai vari elementi
che compongono la scena.
b. Come si usa
Si è accennato alla luce incidente ed a quella riflessa: si
pensi a due oggetti sotto il sole, uno bianco ed uno nero; misurando
la luce incidente si otterrà per entrambi la stessa indicazione
tempo/diaframma poiché sono illuminati nello stesso modo, ma
se si misura la luce che questi riflettono i valori suggeriti saranno
molto diversi, ed in tutti e tre i casi l'esposimetro avrà misurato
correttamente la quantità di luce da cui è stato colpito.
Va da sé che invece l'esposizione corretta è solo una.
Ragioniamo
in termini di bianco e di nero: una superficie che riflette tutta la
luce da cui è colpita risulta bianca, se la superficie assorbe
tutta la luce da cui è colpita risulta nera; il valore a metà
è un punto di grigio che possiamo definire medio, ed è
dato da una superficie che riflette il 18% della luce. (Non il 50% come
si potrebbe supporre, poiché si tratta del valore centrale di
una scala geometrica che va dal bianco al nero).
Per
il fotografo, una determinata quantità di luce è in grado
di produrre, assieme ad un post-trattamento che definiamo standard,
un determinato annerimento su una pellicola negativa;
se la quantità di luce è maggiore l'annerimento sarà
più marcato e viceversa: diciamo che una X quantità di
luce produrrà un grigio medio (come l'omonimo cartoncino Kodak),
vero e proprio punto di riferimento per il fotografo.
Ebbene pellicole ed esposimetri sono progettati attorno a questo valore.
Quando un esposimetro è sollecitato dalla luce, non fa altro
che misurarla e suggerire attraverso una coppia tempo/diaframma (o altre
equivalenti) quanta ne deve arrivare sul film per produrre la densità
media.
Se
fotografiamo un grigio neutro, curando che copra tutta la nostra inquadratura,
o tutto il campo di lettura dell'esposimetro di una reflex, otterremo
una fotografia che riproduce fedelmente l'originale, i due grigi saranno
uguali o quasi; seguendo i consigli dell'esposimetro si otterrà
la stessa cosa fotografando un muro bianco o un muro nero: l'immagine
ottenuta sarà un muro grigio.
Nel caso del muro bianco l'esposimetro avrà consigliato di chiudere
il diaframma o abbreviare il tempo di scatto perché investito
da troppa luce, viceversa per il muro nero: la macchina non sa se una
cosa e bianca o nera, è solo in grado di rilevare la quantità
di luce da cui è colpita e quanta ne serve per produrre quella
certa densità sulla pellicola in uso in quel momento (100, 400
ISO ecc.). Grazie a questo criterio fotografando un muro per metà
bianco e per l'altra metà nero otterremo un’immagine con
i valori corretti, infatti l'esposimetro suggerirà la media di
quei due valori.
La maggior parte delle inquadrature, in effetti, contempla zone chiare
compensate da altre scure cosicché la loro media si discosta
poco o nulla dal valore centrale.
Il manuale della tua fotocamera sicuramente spiega come e dove legge
l'esposimetro: i tipi più diffusi sono la lettura media su tutto
il fotogramma, quella media bilanciata al centro, vale a dire corretta
dalle luminosità che cadono all'interno di un cerchio visibile
nel mirino, oppure spot: in questo caso la cellula lavora solo sulla
zona interna al cerchio.
La
Leica R3 consente due tipi di lettura: spot e media con prevalenza al
centro. Nel caso della lettura spot l'esposimetro legge solo i valori
che cadono nella zona centrale, individuata con la densità maggiore.
Quando si sceglie la lettura media, le varie colorazioni indicano il
peso percentuale sulla lettura finale data dall'esposimetro.
Alcuni sistemi di ultima generazione prevedono letture su molte zone
dell'inquadratura e una sorta di autocompensazione per situazioni con
forte scarto dei valori di illuminazione, insieme alla possibilità
di passare da un tipo di lettura ad un altro; altri sistemi confrontano
i dati di lettura con quelli registrati in un'apposita memoria.
In pratica nella maggior parte delle fotografie si può dare affidamento
ai valori consigliati dall'esposimetro, ma un campanello d'allarme dove
squillare ogni qualvolta l'illuminazione risulta fortemente sbilanciata
e una zona molto chiara o molto scura occupano una vasta parte dell'inquadratura.
c. La scala tonale
L'esempio che segue dovrebbe ulteriormente chiarire il funzionamento
dell'insieme esposimetro-pellicola-trattamento standard ed è
una falsariga per eseguire degli opportuni esercizi: essi daranno sicurezza
nella lettura della luce e nel controllo dei risultati.
Quest'esercizio
dovrebbe essere fatto utilizzando una pellicola per diapositive da 100
ISO e prendendo diligentemente appunti; é opportuno iniziare
con scene articolate, che presentino valori medi, chiari e scuri.
Ti consiglio di generare una sequenza più lunga di quella riportata
sopra procedendo in questo modo: imposta il valore suggerito dell'esposimetro
della fotocamera, apri di 2 stop e mezzo, quindi inizia una sequenza
senza spostarti cercando di mantenere l'inquadratura (in questo caso
è di valido aiuto il cavalletto). Chiudi ad ogni fotografia di
½ stop, fino ad oltrepassare di 2 stop e mezzo il valore centrale
suggerito dall'esposimetro. Quando porterai la pellicola in laboratorio
chiedi la numerazione progressiva dei telai in modo da far combaciare
gli appunti con i risultati.
Alla fine, disponendo le dia su un visore avrai una tabella per apprezzare
visivamente la conseguenza della sovra e sottoesposizione: cioè
quanto schiarisce +1 stop? quanto scurisce -½ stop?
L'esercizio può essere realizzato anche con pellicole negative,
ma se saranno stampate da una macchina automatica, come quelle utilizzate
negli speed-service, le stampe potranno essere di scarso ausilio perché
la macchina cercherà di correggere gli errori di esposizione:
anch'esse infatti sono progettate per restituire un valore medio. In
questo caso è preferibile chiedere una tavola di contatti.
I negativi provenienti dall'esercizio insegnano comunque a valutare
la corretta densità di un negativo, cosa molto utile quando si
decide di ordinare ingrandimenti. Qui appresso una serie di immagini
in bianco e nero con il relativo negativo.
Partendo dal positivo centrale (corretto), nota la corrispondenza dei
particolari nelle ombre e nelle luci: per la sovraesposizione sono le
parti più delicate a vuotarsi. Per la sottoesposizione sono le
ombre a perdere informazioni. Nell'esempio la corrispondenza positivo/negativo
è volutamente priva di intervento, ma un abile stampatore è
in grado di recuperare in parte i negativi errati. Va da sé che
la stampa migliore si ottiene dal negativo corretto.
La
fotografia, nonostante tutte le teorie, rimane alla fine qualcosa di
empirico: possiamo dire che l'esposizione corretta rappresenta un valore
tecnico, o se si vuole grammaticale, ed è quell'esposizione che
produrrà il maggior numero di dettagli nelle ombre e nelle luci.
Se si procede con attenzione e si impara a conoscere la propria attrezzatura
non è una cosa difficile da ottenere, ma in certi casi può
accadere che un'immagine non esposta "correttamente" fornisca
un risultato più emotivo; in questo caso l'esposizione migliore
non è più un problema tecnico, ma un valore estetico,
interpretativo. Nel caso dell'ancora a fianco un'esposizione maggiore
avrebbe consentito la lettura della prua sull'acqua, ma avrebbe completamente
bruciato i volumi del ferro bianco.
L'esperienza e qualche esercizio consentono di previsualizzare il risultato
finale, cioè di conoscere quale sarà la differenza fra
il reale inquadrato ed il risultato di un procedimento chimico-fisico.

Alcune fotocamere dispongono del dispositivo bracketing, in gergo esposizione
a forcella: si tratta di un comando per cui la camera esegue automaticamente
una serie di esposizioni diverse, con scarti in più ed in meno
rispetto a quello impostato; l'effettiva utilità di tale funzione
è molto legata all'irripetibilità della scena, quando
non è ammesso sbagliare. Si consideri che un bracketing su 5
valori come negli esempi riportati sopra, consente di ottenere solo
7 inquadrature con una pellicola da 36 pose.
d. Guida pratica all'esposizione
Alcune
confezioni di pellicola contengono suggerimenti pratici per esporre
in condizioni di luce ricorrenti; utilizzando queste tabelle i risultati
sono approssimativi, ma con buoni margini di tolleranza, soprattutto
con pellicole negative. In ogni caso è opportuno tenere a mente
alcuni valori per educare l'occhio alla lettura ed alla valutazione
delle condizioni di luce; se la camera prevede la possibilità
di
lavorare in manuale anche senza pile, queste cognizioni consentiranno
di trarsi d'impaccio quando si rimane senza energia.
| Il criterio base è questo: |
| con una pellicola 100 ISO |
imposta 1/125 |
| con una pellicola 200 ISO |
imposta 1/250 |
| con una pellicola 400 ISO |
imposta 1/500 |
| con una pellicola 64 ISO |
imposta 1/60 ecc. |
I diaframmi varieranno invece in funzione della luce solare: |
| con sole pieno |
imposta f: 16 |
| con sole e nuvole |
imposta f: 11 |
| con cielo velato |
imposta f: 8 |
| con cielo coperto |
imposta f: 5,6 |
| quando è nuvoloso scuro |
imposta f: 4 |
in
controluce aumenta di due stop, con luce di 3/4 aumenta di ½
o 1 stop.
A volte si è dubbiosi per piccoli valori di sovra o sottoesposizione:
in linea di massima è preferibile una leggera sovraesposizione
per le negative ed una leggera sottoesposizione per le diapositive.
L'uso corretto dell'esposimetro è comunque legato all'elasticità
della pellicola che hai in macchina.