Corso Base di Fotografia

Cap. VII - L'esposimetro


Per quanto assistita e computerizzata possa essere, una macchina non sarà mai intelligente, cioè non è in grado di scegliere, ma solo di eseguire una serie di comandi all'interno di un campo previsionale. Per questo una macchina non sbaglia; semplicemente non può, a meno che non sia guasta. Anche un esposimetro è una macchina, precisa quanto il suo campo previsionale e le sue caratteristiche costruttive, quindi se una fotografia presenta valori di densità non accettabili (troppo chiara o troppo scura), quella situazione di luce non era stata pre-vista oppure è stato impartito un comando sbagliato.

a. Com'è fatto

I primi sistemi di misurazione della luce erano costituiti da semplici strisce di carta trattate chimicamente in grado di cambiare colore: il tempo impiegato per ottenere un certo annerimento, da confrontare con un campione, era riportato in una tabella che suggeriva i valori.
Fra le curiosità possiamo annoverare dei calcolatori che prevedevano l'esposizione basandosi sulle scene più frequenti (persone, alberi, città, montagna) a determinate ore del giorno, nelle quattro stagioni. I valori potevano essere corretti per zone geografiche. Oggi un esposimetro è costituito fondamentalmente da una cellula fotosensibile e da un galvanometro, vale a dire da un elemento in grado di produrre variazioni elettriche quando è colpito dalla luce e da uno strumento che misura tali variazioni.

Schema di un esposimetro con fotocellula al selenioI vecchi modelli utilizzavano una fotocellula al selenio in grado di convertire direttamente la luce in corrente elettrica, un amperometro ad ago la misurava ed il valore ottenuto era riportato su un quadrante calcolatore in grado di suggerire tempo e diaframma. Per funzionare questi esposimetri avevano bisogno di un minimo di luce, che poi tanto poca non era, perciò non potevano essere utilizzati in condizioni di scarsa illuminazione.

Schema di un esposimetro con fotocellula al solfuro di cadmio Successivamente furono utilizzate cellule al solfuro di cadmio, in genere abbreviato in CdS, che si comportano come una resistenza: assecondo della quantità di luce da cui sono colpite fanno passare più o meno corrente, questa proveniente da una pila; il campo di misurazione è più ampio, ma il CdS è lento, diciamo che la lettura ha bisogno di stabilizzarsi per essere precisa, inoltre è soggetto ad una sorta di effetto memoria, e dopo misurazioni in luce forte, quelle con luce più bassa possono restare condizionate per un breve periodo. Gli esposimetri di recente progettazione utilizzano materiali più adatti allo scopo come il silicio blu o l'arseniuro di gallio e l'ago è stato sostituito da led.

Esistono esposimetri interni, parti della fotocamera, ed esposimetri esterni, cioè oggetti a sé stanti; questa distinzione è necessaria poiché per il fotografo esistono due modi di misurare la luce: la luce incidente oppure la luce riflessa. Alcuni modelli professionali consentono di misurare anche la luce emessa dai flash.

Richiama l'attenzione, indica un suggerimento o un risvolto importante.La misurazione a luce incidente tiene conto della quantità di luce che cade sul soggetto, la misurazione a luce riflessa tiene conto della quantità di luce che la scena riflette verso la fotocamera.

Le moderne reflex 35 mm possiedono un esposimetro a luce riflessa; questa raggiunge la cellula fotosensibile attraverso l'obiettivo (TTL dall'inglese true the lens), quindi la misura è limitata alla sola luce che produrrà l'immagine sulla pellicola.

A sinistra un esposimetro per luce riflessa con campo di lettura di 1° l'altro può eseguire anche letture della luce incidenteGli esposimetri esterni in genere sono in grado di eseguire entrambi le misurazioni, ed i modelli spot digitali sono in grado di misurare la luce riflessa da aree molto ristrette, ad esempio un solo grado; sono utilizzati per valutare esattamente la luce riflessa dai vari elementi che compongono la scena.


b. Come si usa

Si è accennato alla luce incidente ed a quella riflessa: si pensi a due oggetti sotto il sole, uno bianco ed uno nero; misurando la luce incidente si otterrà per entrambi la stessa indicazione tempo/diaframma poiché sono illuminati nello stesso modo, ma se si misura la luce che questi riflettono i valori suggeriti saranno molto diversi, ed in tutti e tre i casi l'esposimetro avrà misurato correttamente la quantità di luce da cui è stato colpito. Va da sé che invece l'esposizione corretta è solo una.

Il cartoncino del grigio medio riflette il 18% della luce quando l'inclinazione dei raggi è di 45°Ragioniamo in termini di bianco e di nero: una superficie che riflette tutta la luce da cui è colpita risulta bianca, se la superficie assorbe tutta la luce da cui è colpita risulta nera; il valore a metà è un punto di grigio che possiamo definire medio, ed è dato da una superficie che riflette il 18% della luce. (Non il 50% come si potrebbe supporre, poiché si tratta del valore centrale di una scala geometrica che va dal bianco al nero).

Richiama l'attenzione, indica un suggerimento o un risvolto importante.Per il fotografo, una determinata quantità di luce è in grado di produrre, assieme ad un post-trattamento che definiamo standard, un determinato annerimento su una pellicola negativa;

se la quantità di luce è maggiore l'annerimento sarà più marcato e viceversa: diciamo che una X quantità di luce produrrà un grigio medio (come l'omonimo cartoncino Kodak), vero e proprio punto di riferimento per il fotografo.
Ebbene pellicole ed esposimetri sono progettati attorno a questo valore. Quando un esposimetro è sollecitato dalla luce, non fa altro che misurarla e suggerire attraverso una coppia tempo/diaframma (o altre equivalenti) quanta ne deve arrivare sul film per produrre la densità media.

EsercizioSe fotografiamo un grigio neutro, curando che copra tutta la nostra inquadratura, o tutto il campo di lettura dell'esposimetro di una reflex, otterremo una fotografia che riproduce fedelmente l'originale, i due grigi saranno uguali o quasi; seguendo i consigli dell'esposimetro si otterrà la stessa cosa fotografando un muro bianco o un muro nero: l'immagine ottenuta sarà un muro grigio.

Nel caso del muro bianco l'esposimetro avrà consigliato di chiudere il diaframma o abbreviare il tempo di scatto perché investito da troppa luce, viceversa per il muro nero: la macchina non sa se una cosa e bianca o nera, è solo in grado di rilevare la quantità di luce da cui è colpita e quanta ne serve per produrre quella certa densità sulla pellicola in uso in quel momento (100, 400 ISO ecc.). Grazie a questo criterio fotografando un muro per metà bianco e per l'altra metà nero otterremo un’immagine con i valori corretti, infatti l'esposimetro suggerirà la media di quei due valori.
La maggior parte delle inquadrature, in effetti, contempla zone chiare compensate da altre scure cosicché la loro media si discosta poco o nulla dal valore centrale.

Il manuale della tua fotocamera sicuramente spiega come e dove legge l'esposimetro: i tipi più diffusi sono la lettura media su tutto il fotogramma, quella media bilanciata al centro, vale a dire corretta dalle luminosità che cadono all'interno di un cerchio visibile nel mirino, oppure spot: in questo caso la cellula lavora solo sulla zona interna al cerchio.

Zone di lettura percentuale di un esposimetro internoLa Leica R3 consente due tipi di lettura: spot e media con prevalenza al centro. Nel caso della lettura spot l'esposimetro legge solo i valori che cadono nella zona centrale, individuata con la densità maggiore. Quando si sceglie la lettura media, le varie colorazioni indicano il peso percentuale sulla lettura finale data dall'esposimetro.

Alcuni sistemi di ultima generazione prevedono letture su molte zone dell'inquadratura e una sorta di autocompensazione per situazioni con forte scarto dei valori di illuminazione, insieme alla possibilità di passare da un tipo di lettura ad un altro; altri sistemi confrontano i dati di lettura con quelli registrati in un'apposita memoria.
In pratica nella maggior parte delle fotografie si può dare affidamento ai valori consigliati dall'esposimetro, ma un campanello d'allarme dove squillare ogni qualvolta l'illuminazione risulta fortemente sbilanciata e una zona molto chiara o molto scura occupano una vasta parte dell'inquadratura.

c. La scala tonale

L'esempio che segue dovrebbe ulteriormente chiarire il funzionamento dell'insieme esposimetro-pellicola-trattamento standard ed è una falsariga per eseguire degli opportuni esercizi: essi daranno sicurezza nella lettura della luce e nel controllo dei risultati.

-2 -1 corretta +1 +2

EsercizioQuest'esercizio dovrebbe essere fatto utilizzando una pellicola per diapositive da 100 ISO e prendendo diligentemente appunti; é opportuno iniziare con scene articolate, che presentino valori medi, chiari e scuri.

Ti consiglio di generare una sequenza più lunga di quella riportata sopra procedendo in questo modo: imposta il valore suggerito dell'esposimetro della fotocamera, apri di 2 stop e mezzo, quindi inizia una sequenza senza spostarti cercando di mantenere l'inquadratura (in questo caso è di valido aiuto il cavalletto). Chiudi ad ogni fotografia di ½ stop, fino ad oltrepassare di 2 stop e mezzo il valore centrale suggerito dall'esposimetro. Quando porterai la pellicola in laboratorio chiedi la numerazione progressiva dei telai in modo da far combaciare gli appunti con i risultati.
Alla fine, disponendo le dia su un visore avrai una tabella per apprezzare visivamente la conseguenza della sovra e sottoesposizione: cioè quanto schiarisce +1 stop? quanto scurisce -½ stop?
L'esercizio può essere realizzato anche con pellicole negative, ma se saranno stampate da una macchina automatica, come quelle utilizzate negli speed-service, le stampe potranno essere di scarso ausilio perché la macchina cercherà di correggere gli errori di esposizione: anch'esse infatti sono progettate per restituire un valore medio. In questo caso è preferibile chiedere una tavola di contatti.
I negativi provenienti dall'esercizio insegnano comunque a valutare la corretta densità di un negativo, cosa molto utile quando si decide di ordinare ingrandimenti. Qui appresso una serie di immagini in bianco e nero con il relativo negativo.

-2 -1 corretta +1 +2

Partendo dal positivo centrale (corretto), nota la corrispondenza dei particolari nelle ombre e nelle luci: per la sovraesposizione sono le parti più delicate a vuotarsi. Per la sottoesposizione sono le ombre a perdere informazioni. Nell'esempio la corrispondenza positivo/negativo è volutamente priva di intervento, ma un abile stampatore è in grado di recuperare in parte i negativi errati. Va da sé che la stampa migliore si ottiene dal negativo corretto.

PenicheLa fotografia, nonostante tutte le teorie, rimane alla fine qualcosa di empirico: possiamo dire che l'esposizione corretta rappresenta un valore tecnico, o se si vuole grammaticale, ed è quell'esposizione che produrrà il maggior numero di dettagli nelle ombre e nelle luci. Se si procede con attenzione e si impara a conoscere la propria attrezzatura non è una cosa difficile da ottenere, ma in certi casi può accadere che un'immagine non esposta "correttamente" fornisca un risultato più emotivo; in questo caso l'esposizione migliore non è più un problema tecnico, ma un valore estetico, interpretativo. Nel caso dell'ancora a fianco un'esposizione maggiore avrebbe consentito la lettura della prua sull'acqua, ma avrebbe completamente bruciato i volumi del ferro bianco.
L'esperienza e qualche esercizio consentono di previsualizzare il risultato finale, cioè di conoscere quale sarà la differenza fra il reale inquadrato ed il risultato di un procedimento chimico-fisico.

Sperlonga

Alcune fotocamere dispongono del dispositivo bracketing, in gergo esposizione a forcella: si tratta di un comando per cui la camera esegue automaticamente una serie di esposizioni diverse, con scarti in più ed in meno rispetto a quello impostato; l'effettiva utilità di tale funzione è molto legata all'irripetibilità della scena, quando non è ammesso sbagliare. Si consideri che un bracketing su 5 valori come negli esempi riportati sopra, consente di ottenere solo 7 inquadrature con una pellicola da 36 pose.


d. Guida pratica all'esposizione

Alcune confezioni di pellicola contengono suggerimenti pratici per esporre in condizioni di luce ricorrenti; utilizzando queste tabelle i risultati sono approssimativi, ma con buoni margini di tolleranza, soprattutto con pellicole negative. In ogni caso è opportuno tenere a mente alcuni valori per educare l'occhio alla lettura ed alla valutazione delle condizioni di luce; se la camera prevede la possibilità di
lavorare in manuale anche senza pile, queste cognizioni consentiranno di trarsi d'impaccio quando si rimane senza energia.

Il criterio base è questo:
con una pellicola 100 ISO imposta 1/125
con una pellicola 200 ISO imposta 1/250
con una pellicola 400 ISO imposta 1/500
con una pellicola 64 ISO imposta 1/60 ecc.

I diaframmi varieranno invece in funzione della luce solare:
con sole pieno imposta f: 16
con sole e nuvole imposta f: 11
con cielo velato imposta f: 8
con cielo coperto imposta f: 5,6
quando è nuvoloso scuro imposta f: 4


Attenzione, risvolto importantein controluce aumenta di due stop, con luce di 3/4 aumenta di ½ o 1 stop.


A volte si è dubbiosi per piccoli valori di sovra o sottoesposizione: in linea di massima è preferibile una leggera sovraesposizione per le negative ed una leggera sottoesposizione per le diapositive.

L'uso corretto dell'esposimetro è comunque legato all'elasticità della pellicola che hai in macchina.



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