Una delle formule più vecchie, da cui sono poi derivate versioni
più raffinate, è lo sviluppo D-1 (kodak), praticamente il
mitico ABC di Edward Weston.
| sol. A (stock) |
|
| sodio metabisolfito |
gr. 10 |
| pirogallolo |
gr. 60 |
| potassio bromuro |
gr. 1 |
| acqua q.b. per |
cc. 1000 |
sol. B (stock) |
|
| sodio solfito anidro |
gr. 100 |
| acqua q.b. per |
cc. 1000 |
sol. C (stock) |
|
| sodio carbonato anidro |
gr. 75 |
| acqua q.b. per |
cc. 1000 |
Weston, per ottenete i suoi negativi che stampava sia su gelatine
argentiche sia con il platino, usava una minor quantità di alcali
per controllare meglio l'attività dell'agente rivelatore e ridurre
la sua velocità di ossidazione, ad ogni buon conto per questo
come per gli altri bagni considerati in questa pagina è opportuno
prevedere un pre-bagno di stabilizzazione e di rigonfiamento della gelatina
di almeno 3 minuti con acqua neutra e con agitazione; durante questo
lasso di tempo si procede alla composizione dello sviluppo prendendo
dalle soluzioni di riserva
1 parte di A, 1 di B ed 1 di C con 24 parti di acqua.
Vista la velocità con cui si ossida il pirogallolo conviene unire
b+c+24 di acqua poi aggiungere A
(cioè la soluzione contenente il vero e proprio agente rivelatore)
solo al momento in cui si scarica l'acqua del pre-bagno; quindi si versa
subito lo sviluppo completo nella tank o nella bacinella (nel caso si
usino lastre). In linea di massima i tempi di trattamento consigliati
da Ron Wisner nelle sue pagine web si aggirano sui 9 minuti a 20 gradi
con una pellicola altrettanto mitica, la TRI-X esposta a 200 ISO o poco
meno. Con pellicole di media sensibilità si può partire
con 6-7' a 20 gradi ed una agitazione ogni 30"/1'. Ovviamente tale
valore va considerato come punto di partenza per costruire una propria
tabella di riferimento sia per trattamenti standard che per n-1 e n+1
o n+2 (in questo caso la composizione del bagno diventa 1+1+1+12). Soprattutto
per negativi che verranno usati con i processi antichi, tempi ed agitazione
dovranno essere verificati in sede di stampa per ottenere il gradiente
adatto alla tecnica specifica: il tannaggio della gelatina infatti impedisce
una facile valutazione dell'opacità agli UV quindi le letture
al densitometro non sono di ausilio.
Anche nel caso di stampa con carte a contrasto variabile la colorazione
altera il valore delle filtrature, ma proprio la colorazione tipica
impartita dal pirogallolo favorisce l'ampliamento del gamma del materiale
limitando la necessità di maschere e bruciature.
Ancora una volta occorre costruire un proprio standard di lavoro materiale-ripresa-trattamento
che diviene autentico strumento, prezioso quanto il più costoso
dei propri obiettivi.
Dopo lo sviluppo é necessario un lavaggio in acqua normale prima
di passare al fissaggio che non deve essere acido: sia l'acido acetico
che il fissaggio acido annullano o riducono molto l'effetto cromogeno
del pirogallolo. Si può usare ad esempio il TF-2
con una piccola variazione.
Una variante del D-1 prevede l'aggiunta di piccole quantità
di metolo (quindi con l'aumento di concentrazione della soluzione solfitica),
e una minor quantità di pirogallolo come nel D-7 (kodak) la cui
formula diviene
sol. A
|
|
metolo
|
gr. 7,5 |
sodio metabisolfito
|
gr. 7,5 |
pirogallolo
|
gr. 30 |
potassio bromuro
|
gr. 4 |
acqua q.b. per
|
cc. 1000 |
sol. B
|
|
sodio solfito anidro
|
gr. 150 |
acqua q.b. per
|
cc. 1000 |
sol. C
|
|
sodio carbonato anidro
|
gr. 75 |
acqua q.b. per
|
cc. 1000 |
In genere l'impiego del metolo, essendo un fine granulante e sviluppatore
di superficie riduce la sensibilità della pellicola, ma la sua
aggiunta risulta interessante poiché il pirogallolo è
uno sviluppatore in profondità; ne risulta un rivelatore più
equilibrato nei confronti delle diverse forme di illuminazione - Nota.
Anche il PMK della Photographers' Formulary contiene metolo, ma prevede
solo due soluzioni di riserva, la seconda composta di sodio metaborato
(PMK é l'acronimo di Pyro-Metol-Kodalk).
Per l'impiego e i tempi di trattamento rimando alle pagine della Photographers'
Formulary.
sol. A
|
|
metolo
|
gr. 10 |
sodio bisolfito
|
gr. 10 |
pirogallolo
|
gr. 50 |
acqua q.b. per
|
cc. 1000 |
sol. B
|
|
sodio metaborato
|
gr. 300 |
acqua q.b. per
|
cc. 1000 |
Da notare che la formula in due bagni non prevede il sodio solfito
mentre il metabisolfito contenuto in A è sostituito con il bisolfito.
Il sodio solfito in concentrazioni attorno agli 80-100 gr/l, si comporta
come buon solvente del bromuro e del cloruro di argento ed in genere
viene utilizzato in queste quantità proprio nei bagni rivelatori
finegranulanti, ma con il pirogallolo tende a ridurre o impedire la
formazione della tipica colorazione che invece è massima in totale
assenza di solfito; la sua presenza nel bagno è giustificata
dalla necessità di regolare l'azione di sviluppo del pirogallolo,
cioè di impedire la sua rapida ossidazione.
Per quanti desiderassero trarre vantaggio dall'azione tannante (giallastra)
di questo agente rivelatore mi sembra estremamente interessante una
notazione del Ghedina che non ho avuto modo di vedere né sulle
pagine stampate, né sulle pagine web: eliminare la soluzione
B e sviluppare con la tecnica del doppio bagno.
La maggior parte degli agenti rivelatori é in grado di esplicare
la propria azione solo in ambiente alcalino, mentre si conservano perfettamente
in ambiente leggermente acido (infatti nella soluzione A sono sempre
presenti il sodio o il potassio metabisolfito).
Si immerge dunque la pellicola esposta nella soluzione A per un periodo
sufficiente a far gonfiare la gelatina con la soluzione, agitando quanto
basta per evitare che bollicine d'aria rimangano attaccate sulla pellicola.
Il tempo di permanenza in A non ha alcuna importanza dal momento che
non avviene nessun processo di ossido-riduzione, diciamo 3 o 4 minuti.
Una temperatura superiore ai consueti 20° potrebbe favorire un maggior
rigonfiamento con conseguente maggior
assorbimento di liquido, ma consentirebbe un più veloce ricambio
nel bagno successivo non apportando alcun vantaggio; quindi anche con
il doppio bagno ci si orienta sui 20 gradi costanti per tutto il trattamento.
La soluzione A viene riposta per il prossimo utilizzo, non avendo subito
alcun cambiamento se non la perdita del liquido assorbito dalla gelatina.
La pellicola viene quindi immersa nel bagno C, dove il pirogallolo presente
nella gelatina, a contatto con il carbonato, inizia la sua opera di
sviluppo fino ed esaurimento. E' necessaria una leggera agitazione iniziale
per evitare macchie o striature, poi la pellicola, in tank o bacinella
viene lasciata immobile. Anche in questo bagno dunque il tempo di trattamento
è ininfluente purché non minore del tempo di esaurimento
e 3-4 minuti sono sufficienti. In questo modo si è eliminato
il sodio solfito che limita o impedisce la colorazione e si utilizzano
dei tempi di trattamento costanti.
Il bagno alcalino va scartato e si procede normalmente con lavaggio
in acqua piana e fissaggio non acido (tra l'altro la gelatina risulta
già indurita). Segue il lavaggio di 30' in acqua corrente. Con
questo modus operandi la formula di A diventa:
| Sodio bisolfito |
gr. 2 |
| Pirogallolo |
gr. 12 |
| Acqua q.b. per |
cc. 1000 |
L'autore specifica che i 12 gr/l di pirogallolo sono indicati per
il trattamento di negativi sottoesposti mentre per condizioni normali
si possono impiegare 3-4 gr/l.
Per il bagno alcalino si utilizzano i classici 10 gr/l di carbonato.
Leggi anche: Le
caratteristiche del pirogallolo e della pirocatechina
| Dicembre 2003 |
Damiano Bianca |